La sua non fu soltanto una storia di talento. Fu il racconto di una mente straordinariamente creativa che, per ragioni mai del tutto comprese, smise lentamente di abitare il mondo che aveva contribuito a inventare
Introduzione
Questo non è un articolo sulla malattia di Syd Barrett.
È un commento sull’uomo che trasformò la propria immaginazione in musica, fino a quando quella stessa immaginazione sembrò diventare un luogo dal quale non riuscì più a tornare.
1. L'uomo, non il mito
Quando si parla dei Pink Floyd, il pensiero corre quasi inevitabilmente a The Dark Side of the Moon, a Wish You Were Here, alle grandi tournée, agli stadi gremiti, alle sperimentazioni sonore che hanno cambiato per sempre la storia del rock.
Eppure, prima di tutto questo, esisteva un ragazzo di Cambridge dai capelli ricci, con uno sguardo ironico e un’immaginazione apparentemente inesauribile.
Si chiamava Roger Keith Barrett.
Per tutti sarebbe diventato semplicemente Syd.
Fu lui a inventare il nome Pink Floyd, unendo i nomi di due musicisti blues americani, Pink Anderson e Floyd Council. Fu lui a scrivere gran parte del primo repertorio della band, a definirne l’identità sonora, l’estetica psichedelica, il gusto per il surrealismo, la libertà compositiva.
Nei primi anni, Syd Barrett non era soltanto il chitarrista o il cantante del gruppo.
Ne era il centro creativo.
Molti ricordano il suo sorriso, l’umorismo imprevedibile, la capacità di passare con naturalezza dal disegno alla pittura, dalla poesia alla musica, come se ogni forma artistica fosse soltanto una diversa espressione della stessa inesauribile fantasia.
Chi lo conobbe in quel periodo racconta un giovane curioso, colto, affettuoso, capace di entusiasmare gli amici e di sorprendere continuamente chi gli stava accanto. Nulla lasciava presagire che, nel giro di pochi anni, quella creatività sarebbe stata progressivamente oscurata da un cambiamento tanto profondo quanto difficile da comprendere.
Perché è proprio questo il punto.
Syd Barrett non scomparve improvvisamente, si allontanò poco a poco, come una stazione radio che perde lentamente il segnale.
All’inizio erano piccoli episodi, concerti nei quali rimaneva immobile sul palco, lunghe pause, risposte sempre più rare, sguardi assenti; comportamenti imprevedibili.
Poi arrivarono giornate intere trascorse in silenzio, improvvise difficoltà nel riconoscere gli amici, momenti nei quali sembrava presente soltanto con il corpo, mentre la mente si trovava altrove.
Fu l’inizio di uno dei misteri più dolorosi della storia della musica contemporanea.
2. Le fragilità documentate
Parlare delle fragilità di Syd Barrett significa entrare in un territorio nel quale la documentazione biografica, le testimonianze dei compagni, le ricostruzioni giornalistiche e la leggenda rock si sono spesso sovrapposte fino a diventare quasi indistinguibili. È proprio per questo che occorre procedere con prudenza: non esiste, almeno pubblicamente, una diagnosi clinica certa e definitiva; esistono invece comportamenti osservati, cambiamenti profondi nella sua capacità di relazione e di lavoro, un uso importante di sostanze psichedeliche, una progressiva difficoltà a sostenere la vita pubblica e, infine, una scelta di ritiro quasi completo dalla scena musicale.
Il primo dato documentabile è il cambiamento.
Fra il 1966 e il 1967 Syd Barrett era il centro creativo dei Pink Floyd: cantante, chitarrista, autore di gran parte del primo repertorio, figura carismatica della scena psichedelica londinese. Ma tra la fine del 1967 e l’inizio del 1968, secondo molte testimonianze, il suo comportamento divenne sempre più imprevedibile: poteva restare immobile sul palco, suonare in modo disordinato o non suonare affatto, apparire assente durante le prove, non riconoscere persone conosciute, rispondere con frasi enigmatiche o chiudersi in silenzi difficili da interpretare. Le fonti biografiche collegano questa fase anche a un uso pesante di LSD e altre sostanze, ma ridurre tutto alla droga sarebbe probabilmente troppo semplice: le sostanze possono aver aggravato, accelerato o reso più evidente una vulnerabilità preesistente, ma non abbiamo elementi sufficienti per stabilire una causalità lineare.
Il secondo dato è la rottura del rapporto creativo con la band. Barrett non fu allontanato perché privo di talento, ma perché la sua presenza era diventata sempre meno compatibile con il lavoro collettivo, con i concerti, con le registrazioni, con la necessità di costruire un progetto musicale condiviso. Questo è un punto importante: la fragilità, nel suo caso, non cancellò la creatività, ma rese progressivamente difficile trasformarla in collaborazione stabile. Nel 1968 i Pink Floyd proseguirono senza di lui; David Gilmour, chiamato inizialmente per affiancarlo, finì di fatto per sostituirlo, mentre Barrett si avviò verso una breve e tormentata carriera solista.
Il terzo dato riguarda proprio gli anni successivi. Syd registrò ancora due album, The Madcap Laughs e Barrett, pubblicati nel 1970, con l’aiuto di musicisti e amici, fra cui membri degli stessi Pink Floyd. Quelle sessioni sono spesso descritte come difficili: non perché Barrett avesse perso ogni capacità artistica, ma perché il suo modo di lavorare appariva discontinuo, fragile, a tratti sfuggente. Dopo alcuni ulteriori tentativi, nel 1974 lasciò definitivamente l’industria musicale e tornò a Cambridge, dove riprese il nome Roger Barrett, dedicandosi alla pittura, al giardinaggio e a una vita lontana dai riflettori.
Su cosa fosse accaduto davvero alla sua mente, invece, le ipotesi restano aperte. Nel corso degli anni si è parlato di schizofrenia, disturbo bipolare, disturbo dello spettro autistico, danni legati all’uso di sostanze, psicosi indotta da LSD, epilessia. Alcune di queste ipotesi sono state avanzate da biografi, giornalisti o persone vicine all’ambiente musicale; altre appartengono più alla mitologia costruita intorno al personaggio che a una documentazione clinica verificabile.
Anche la famiglia, in alcune ricostruzioni, ha ridimensionato l’immagine di Barrett come “malato mentale” nel senso in cui il pubblico aveva imparato a immaginarlo, sottolineando piuttosto il suo desiderio di privacy e il fastidio per l’essere continuamente ricondotto al passato nei Pink Floyd.
È qui che bisogna fermarsi davanti a un limite etico: Syd Barrett non può essere trasformato in una diagnosi postuma.
Possiamo dire che mostrò segni di un grave disagio psicologico; possiamo dire che l’uso di sostanze psichedeliche ebbe probabilmente un ruolo importante nel peggioramento del suo equilibrio; possiamo dire che la sua capacità di restare dentro un contesto professionale e relazionale si ridusse drasticamente.
Non possiamo però stabilire con certezza quale fosse la sua patologia, né possiamo usare la sua storia per alimentare il vecchio mito romantico dell’artista distrutto dalla propria genialità.
La fragilità di Syd Barrett, più che in una definizione clinica, si manifesta in una traiettoria umana: un ragazzo brillante, ironico, immaginifico, capace di inventare un suono e un’estetica, che nel giro di pochi anni diventa sempre più difficile da raggiungere, fino a scegliere — o forse a subire — una forma di lontananza. Ed è proprio questa distanza, più ancora della diagnosi mancata, a colpire ancora oggi: la sensazione che, dietro il mito del “diamante pazzo”, ci fosse semplicemente una persona vulnerabile, forse sopraffatta da qualcosa che nessuno, in quel momento, seppe davvero comprendere.
3. Come entrano nell'opera
La storia della musica è ricca di artisti che hanno raccontato il proprio dolore.
Alcuni lo hanno fatto apertamente, quasi in forma autobiografica; altri lo hanno nascosto dietro metafore, personaggi o immagini poetiche.
Nel caso di Syd Barrett il rapporto tra vita e produzione artistica è più complesso e, proprio per questo, più affascinante.
Le sue canzoni non costituiscono un diario clinico, né una cronaca della sua progressiva fragilità.
Al contrario, soprattutto nei primi anni, sembrano nascere da un’immaginazione luminosa, infantile nel senso più nobile del termine, capace di trasformare la realtà in un luogo nel quale tutto appare possibile.
Ascoltando oggi i primi Pink Floyd si resta colpiti dalla leggerezza delle atmosfere.
I testi di Barrett sono popolati da spaventapasseri che prendono vita, gatti siamesi, biciclette, gnomi, giochi linguistici, personaggi fantastici, cieli colorati e paesaggi che sembrano usciti contemporaneamente da una fiaba inglese e da un sogno psichedelico.
È un universo distante anni luce dall’oscurità che caratterizzerà, negli anni successivi, molta produzione del gruppo.
In quei brani si respira ancora la curiosità di un ragazzo che osserva il mondo con occhi capaci di cogliere dettagli invisibili agli altri, trasformando l’ordinario in straordinario.
Questa capacità immaginativa rappresenta probabilmente il primo tratto distintivo della sua personalità artistica. Barrett non scriveva seguendo le regole tradizionali della canzone pop. Le sue composizioni sembrano procedere per associazioni di immagini, intuizioni improvvise, cambi di prospettiva, accostamenti apparentemente privi di logica che, proprio per questo, producono un effetto di continua sorpresa. La realtà non viene descritta: viene reinventata. È una modalità espressiva che ricorda, per certi aspetti, il surrealismo pittorico e la poesia visionaria, più che la classica scrittura rock degli anni Sessanta.
Brani come Arnold Layne o See Emily Play ne sono un esempio emblematico. Apparentemente raccontano piccole storie, quasi filastrocche per adulti; in realtà aprono continuamente finestre sull’inconscio, sul desiderio, sulla libertà di essere diversi. Barrett sembra suggerire che il mondo non debba necessariamente essere interpretato secondo categorie rigide, ma possa essere osservato con la spontaneità di chi non ha ancora smesso di meravigliarsi. È forse questa la ragione per cui le sue canzoni continuano a conservare una freschezza sorprendente: non appartengono soltanto alla stagione della psichedelia, ma a quella dimensione universale nella quale fantasia e realtà convivono senza conflitto.
Proprio per questo motivo sarebbe un errore leggere tutta la sua produzione esclusivamente attraverso la lente della malattia. Per molti anni una parte della critica ha cercato, quasi ossessivamente, di individuare nei suoi testi i primi segnali del successivo crollo psicologico, come se ogni immagine surreale fosse il sintomo di una mente destinata a perdere il contatto con la realtà. È una lettura suggestiva, ma profondamente riduttiva. La fantasia non è una patologia. L’originalità non è un sintomo. La creatività, soprattutto quella autentica, rompe spesso gli schemi convenzionali senza che questo implichi necessariamente la presenza di una malattia.
Con il passare dei mesi, tuttavia, qualcosa cambia. Non tanto nei testi, quanto nel modo stesso di fare musica. Le testimonianze dei compagni raccontano prove interrotte da lunghi silenzi, improvvisazioni sempre più difficili da seguire, concerti nei quali Barrett sembrava suonare una musica diversa da quella eseguita dal resto del gruppo. Non era più soltanto un artista imprevedibile; diventava progressivamente un musicista con il quale risultava quasi impossibile condividere un progetto collettivo. La distanza fra il suo mondo interiore e quello degli altri sembrava allargarsi giorno dopo giorno.
Questo passaggio emerge con straordinaria intensità in Jugband Blues, l’ultimo brano che Barrett registrò con i Pink Floyd e, probabilmente, uno dei documenti musicali più toccanti della storia del rock. Il testo non contiene confessioni esplicite, eppure lascia affiorare un senso di estraneità che colpisce ancora oggi. «It’s awfully considerate of you to think of me here…» canta con una voce sorprendentemente calma, quasi distaccata, mentre l’arrangiamento si dissolve progressivamente in una banda che sembra suonare senza alcun legame con la melodia principale. È come se due mondi procedessero contemporaneamente senza riuscire più a incontrarsi.
Molti interpreti hanno visto in questa composizione una sorta di addio. Non necessariamente un addio alla musica, ma alla possibilità di continuare a condividere con gli altri il proprio universo creativo. È un’impressione che nasce più dall’atmosfera che dal testo, e forse proprio per questo conserva una forza particolare. Barrett non dice mai apertamente di sentirsi perduto; lascia però che sia la musica a suggerirlo, attraverso una costruzione sonora che appare volutamente frammentata, sospesa, quasi incapace di trovare un centro stabile.
Anni dopo, quando Syd Barrett aveva ormai abbandonato definitivamente la scena pubblica, furono i suoi compagni a raccontare ciò che lui non aveva mai raccontato. Shine On You Crazy Diamond, composta principalmente da Roger Waters, David Gilmour e Richard Wright, non è soltanto una delle pagine più alte della storia del rock progressivo: è un gesto di amicizia trasformato in musica. Barrett non viene descritto come un uomo “folle”, ma come un diamante, una persona di straordinaria luminosità la cui luce, per ragioni mai del tutto comprese, si era progressivamente allontanata.
L’episodio della sua visita agli studi di Abbey Road, durante la registrazione dell’album Wish You Were Here, è diventato quasi leggendario. Entrò silenziosamente, con il capo rasato, ingrassato, profondamente cambiato nell’aspetto. Per qualche minuto nessuno dei presenti lo riconobbe. Quando compresero chi fosse, il tempo sembrò fermarsi. David Gilmour abbassò lo sguardo; Richard Wright raccontò di essere scoppiato a piangere; Roger Waters rimase senza parole. Non era il ritorno del vecchio amico. Era l’incontro con una persona che appariva irrimediabilmente diversa da quella conosciuta pochi anni prima.
Quella scena, più di qualsiasi diagnosi, racconta il significato della fragilità di Syd Barrett. Non ci parla della malattia, ma della distanza che talvolta può crearsi fra una persona e il mondo che la circonda. Una distanza che genera smarrimento, impotenza, senso di colpa in chi resta e, probabilmente, una profonda solitudine in chi la vive.
Ed è forse proprio qui che la sua musica continua a parlarci. Non perché ci offra spiegazioni cliniche, né perché anticipi ciò che sarebbe accaduto alla sua vita, ma perché conserva intatta la capacità di ricordarci quanto sia sottile il confine tra genialità creativa, vulnerabilità umana e bisogno di essere compresi. Le sue canzoni non chiedono di essere interpretate come cartelle cliniche. Chiedono semplicemente di essere ascoltate. E, forse, di ascoltare con la stessa attenzione anche le persone che, nella vita reale, faticano a trovare le parole per raccontare il proprio mondo interiore.
4. Cosa insegna oggi ai pazienti
“La musica non guarisce una malattia. Può però ricordarci che, anche quando le parole non bastano più, esiste ancora la possibilità di essere ascoltati.”
Ogni volta che la storia di Syd Barrett viene raccontata, il rischio è sempre lo stesso: fermarsi al mistero della sua malattia. È una tentazione comprensibile.
L’immagine del fondatore dei Pink Floyd che, nel giro di pochi anni, abbandona improvvisamente la scena musicale sembra quasi chiedere una spiegazione definitiva, una diagnosi capace di dare ordine a ciò che appare incomprensibile. Eppure, forse, la domanda più importante non è quale fosse la sua patologia. La domanda è un’altra: che cosa può insegnarci oggi la sua vicenda umana?
Per chi convive con una fragilità psicologica, la storia di Syd Barrett rappresenta innanzitutto un invito alla prudenza nei confronti delle etichette.
Ancora oggi molte persone vengono identificate prima dalla diagnosi e solo dopo dalla loro identità: “è depresso”, “è bipolare”, “è schizofrenico”.
La persona scompare dietro la definizione clinica, quasi che tutta la sua esistenza potesse essere riassunta in una parola.
Barrett ci ricorda invece che ogni essere umano è molto più complesso della malattia che eventualmente lo accompagna. Prima di essere un uomo in difficoltà fu un musicista straordinariamente creativo, un pittore, un autore di testi originali, un ragazzo capace di immaginare un linguaggio musicale completamente nuovo. La fragilità entrò nella sua vita, ma non esaurì mai la sua identità.
Esiste poi un secondo insegnamento, forse ancora più attuale.
Per molti anni la cultura popolare ha alimentato l’idea che esista un legame quasi inevitabile tra creatività e sofferenza mentale, come se il genio artistico fosse destinato, prima o poi, a pagare un prezzo psicologico.
È un’immagine romantica, ma profondamente fuorviante. La ricerca scientifica contemporanea mostra un quadro molto più complesso: alcune caratteristiche della personalità possono favorire sia la creatività sia una maggiore vulnerabilità emotiva, ma non esiste alcun rapporto di causa-effetto che trasformi automaticamente la malattia in talento.
Al contrario, quando un disturbo psichico diventa grave e non riceve un adeguato sostegno, tende spesso a limitare proprio quelle capacità creative che vorremmo attribuirgli.
La vicenda di Barrett sembra confermare questa riflessione.
Le sue opere più innovative appartengono agli anni in cui la sua fantasia era ancora libera di esprimersi, non a quelli del progressivo isolamento.
Il suo allontanamento dalla scena musicale non produsse una creatività più intensa; produsse, piuttosto, il silenzio.
È una distinzione importante, soprattutto per i giovani che ancora oggi rischiano di idealizzare la figura dell’artista tormentato.
La sofferenza non rende automaticamente più profondi. È il talento, sostenuto dal lavoro, dalle relazioni e dalla possibilità di esprimersi, a trasformarsi in arte.
La storia di Syd Barrett invita inoltre a riflettere sul valore delle relazioni. Nei momenti più difficili della sua vita egli non fu circondato da medici specialisti della salute mentale come avverrebbe oggi, né esistevano la sensibilità e gli strumenti terapeutici di cui disponiamo attualmente. I suoi amici cercarono di aiutarlo come potevano, spesso senza comprendere realmente ciò che stava accadendo. Alcuni tentarono di proteggerlo, altri di coinvolgerlo ancora nella musica, altri semplicemente gli rimasero accanto. Col senno di poi è facile chiedersi se si sarebbe potuto fare di più; molto più difficile è ricordare che, alla fine degli anni Sessanta, la conoscenza dei disturbi psichici era infinitamente più limitata di quella odierna. Questa consapevolezza dovrebbe renderci meno inclini al giudizio e più disponibili alla comprensione.
Per chi oggi affronta una malattia cronica, un disturbo dell’umore o una condizione invisibile, la vicenda di Barrett suggerisce un’altra riflessione importante: chiedere aiuto non rappresenta una sconfitta. Per decenni la salute mentale è stata accompagnata da uno stigma che ha costretto molte persone a nascondere la propria sofferenza, temendo di essere considerate deboli, instabili o inaffidabili. Oggi sappiamo che la cura comincia spesso proprio dal riconoscimento della fragilità. Nessuna persona dovrebbe sentirsi obbligata ad affrontare da sola un dolore psicologico, così come nessuno affronterebbe da solo una malattia cardiaca o un tumore.
La salute mentale fa parte della salute della persona e merita lo stesso rispetto, la stessa attenzione e la stessa competenza.
Esiste infine un ultimo insegnamento, forse il più silenzioso.
Syd Barrett trascorse gli ultimi decenni della sua vita lontano dai riflettori, rifiutando interviste, reunion e celebrazioni. Tornò semplicemente a essere Roger Barrett, dedicandosi alla pittura, al giardinaggio, alla quotidianità.
Per molti questa scelta fu il simbolo di una sconfitta.
Forse, invece, potrebbe essere letta anche come la ricerca di una forma diversa di equilibrio.
Non conosciamo ciò che accadeva realmente nella sua interiorità e sarebbe scorretto attribuirgli intenzioni che non possiamo documentare.
Possiamo però rispettare quella scelta di riservatezza, riconoscendo che ogni persona ha il diritto di essere ricordata non soltanto per ciò che ha perso, ma anche per il modo in cui ha deciso di vivere il tempo che le rimaneva.
Forse è proprio questa la lezione più autentica che Syd Barrett continua a offrire ai pazienti di oggi. La fragilità non cancella il valore di una persona.
Può cambiare il percorso della sua vita, modificarne le prospettive, imporre limiti inattesi; non può però cancellare ciò che quella persona ha creato, amato, condiviso.
La dignità non coincide con la perfetta salute, ma con il riconoscimento della propria umanità, anche quando essa attraversa momenti di particolare vulnerabilità.
E se c’è un messaggio che la medicina, la psicologia e la società dovrebbero custodire con attenzione, è proprio questo: dietro ogni diagnosi continua a esistere una persona, con la sua storia, i suoi affetti, i suoi talenti e il suo irripetibile modo di guardare il mondo. È quella persona, prima ancora della sua malattia, che merita di essere ascoltata.
5. L’eredità
La storia di Syd Barrett esercita ancora oggi un fascino particolare. Forse perché non possiede un vero finale.
Non esiste un momento preciso nel quale tutto si chiarisce, una diagnosi definitiva che spieghi ciò che accadde, una confessione capace di restituirci il senso della sua progressiva scomparsa dalla scena musicale.
Rimangono fotografie, registrazioni, testimonianze, ricordi spesso discordanti e, soprattutto, rimane la sua musica. È attraverso di essa che continuiamo a cercare di comprendere un uomo che, per molti aspetti, ha scelto di non lasciarsi comprendere fino in fondo.
Negli ultimi trent’anni della sua vita Roger Keith Barrett non fu più il fondatore dei Pink Floyd. Tornò semplicemente a essere Roger, vivendo nella casa di famiglia a Cambridge, dedicandosi alla pittura, al giardinaggio, alle passeggiate in bicicletta, coltivando una quotidianità lontana dalla celebrità. Chi lo incontrava raccontava di una persona riservata, educata, desiderosa soprattutto di essere lasciata in pace. È un dettaglio che merita rispetto.
Per decenni il mondo ha continuato a cercare Syd Barrett, mentre lui sembrava impegnato a ritrovare Roger Barrett.
Forse è proprio qui che la sua storia assume un significato che va oltre la musica. La società contemporanea tende a ricordare le persone per il momento della loro caduta, trasformando la fragilità in uno spettacolo, il dolore in una narrazione, la sofferenza in un’etichetta destinata a durare per sempre. Barrett ci invita invece a compiere il percorso opposto: a riconoscere che dietro ogni vicenda clinica, dietro ogni comportamento difficile da interpretare, dietro ogni silenzio, continua a esistere una persona con il diritto di essere considerata nella sua interezza e non soltanto nella parte più dolorosa della propria storia.
I Pink Floyd non lo dimenticarono mai. Lo fecero nel modo che conoscevano meglio: componendo musica. Shine On You Crazy Diamond non è l’omaggio a un uomo “folle”, come una lettura superficiale potrebbe suggerire.
È il saluto affettuoso a un amico, il riconoscimento di un talento che aveva acceso una luce destinata a rimanere anche dopo il suo allontanamento.
Non vi è pietà in quella composizione, ma gratitudine. Non vi è giudizio, ma memoria.
È la dimostrazione che l’amicizia autentica continua a riconoscere la persona anche quando la vita ne modifica profondamente il volto.
Ed è forse questo il messaggio più importante che Syd Barrett ci consegna. La fragilità non dovrebbe mai diventare l’unica chiave con cui leggere un’esistenza. Prima della sofferenza esistono i sogni, le passioni, gli affetti, il lavoro, la creatività; e anche quando la fragilità entra nella vita di una persona, tutto questo non scompare.
Può diventare più difficile da vedere, ma continua a esistere.
È compito di chi cura, di chi vive accanto, di chi racconta queste storie, non dimenticarlo mai.
Per questo, forse, ricordare oggi Syd Barrett significa compiere un piccolo esercizio di responsabilità culturale. Significa rinunciare alla tentazione di cercare una spiegazione semplice e accettare che alcune vicende umane restino, almeno in parte, avvolte dal mistero. Significa soprattutto imparare a sostituire la curiosità con l’ascolto, il giudizio con la comprensione, l’etichetta con il nome della persona.
Alla fine, ciò che resta di Roger Keith Barrett non è l’immagine dell’artista perduto, ma quella di un giovane che, in un breve tratto della sua vita, ebbe il coraggio di immaginare una musica che nessuno aveva ancora ascoltato. Quella musica continua a vivere, continua a emozionare, continua a ispirare nuove generazioni. La fragilità non è riuscita a cancellarla.
E forse è proprio questa la riflessione con cui vale la pena chiudere.
Le persone possono allontanarsi: le diagnosi possono cambiare.
Le interpretazioni possono moltiplicarsi.
Ciò che rimane, quando il tempo ha dissolto il rumore delle polemiche e delle ipotesi, è l’impronta che ciascuno lascia nella vita degli altri.
Syd Barrett l’ha lasciata nella musica.
Noi possiamo scegliere di lasciarla nel modo in cui guardiamo chi attraversa una fragilità.
Con meno paura, con meno pregiudizi e con un po’ più di umanità.
La fragilità non spegne necessariamente la luce di una persona.
Talvolta la rende semplicemente più difficile da vedere.
Il compito di chi resta non è cercare di spiegare ogni ombra, ma continuare a riconoscere la luce che quella persona ha saputo donare al mondo.
Roger Keith Barrett ci ha lasciato molto più di alcune canzoni.
Ci ha ricordato che, prima di ogni diagnosi, prima di ogni leggenda e prima di ogni silenzio, esiste sempre una persona che chiede, come tutti noi, una sola cosa:
essere guardata con rispetto.
Giusy Fabio