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La luce che resta

    Quando la fragilità diventa consapevolezza

    C’è un momento, nella vita di molte persone che convivono con una malattia cronica, in cui accade qualcosa di difficile da raccontare.
    Non è una guarigione.
    Non è la scomparsa del dolore.
    È qualcosa di più sottile.
    È il momento in cui si smette di combattere contro se stessi.
    La fibromialgia è una compagna difficile.
    È fatta di giorni imprevedibili, di fatica che arriva senza chiedere permesso, di dolore che non sempre ha una spiegazione immediata.
    Eppure, nel tempo, alcune persone scoprono che dentro questa esperienza può nascere anche qualcosa di diverso: una forma di consapevolezza nuova.
    Una luce più discreta, forse.
    Ma capace di restare.

    L’intensità del messaggio nella poesia

    La luce che resta è il titolo di una mia raccolta di pensieri, che descrivono, con l’intensità del linguaggio della poesia, le mie esperienze più intime
    Non si parla di vittoria sulla malattia, ma di comprensione.

    Fare chiarezza non è cancellare il caos,
    è accendere una piccola luce dentro,
    e vedere che anche le ombre hanno un contorno.

    Chi vive con una malattia cronica conosce bene il caos di cui parlano questi versi.
    Il caos dei sintomi che cambiano.
    Il caos delle diagnosi che arrivano tardi.
    Il caos delle giornate in cui il corpo sembra non rispondere più alle aspettative.
    La tentazione, spesso, è quella di voler eliminare tutto questo.
    Ma la poesia suggerisce qualcosa di diverso:
    la chiarezza non nasce dalla negazione delle ombre.
    Nasce dal riconoscerle.

    Nel linguaggio della psicologia contemporanea esiste un concetto importante: l’accettazione attiva.
    Non significa rassegnazione.
    Significa riconoscere ciò che esiste, per poterlo affrontare in modo più lucido.
    Molti studi sulla gestione del dolore cronico mostrano che le persone che riescono a sviluppare una relazione meno conflittuale con la propria condizione spesso sperimentano una migliore qualità di vita.
    Non perché il dolore scompaia, ma perché cambia il modo in cui viene vissuto.
    La lotta continua contro il proprio corpo può trasformarsi, lentamente, in un dialogo più consapevole.
    Ed è proprio questo che desideravo manifestare attraverso i seguenti versi:

    Capire le emozioni, non fuggirle,
    ma toccarle,
    lasciarle dire chi siamo…

    In sintesi: accettare non significa arrendersi!

    Le emozioni nel dolore cronico

    Il dolore non è solo una sensazione fisica. È anche un’esperienza emotiva.
    Le neuroscienze lo confermano chiaramente: le aree cerebrali coinvolte nella percezione del dolore – come l’insula e la corteccia cingolata – sono le stesse che partecipano alla regolazione delle emozioni.
    Questo significa che il dolore cronico può amplificare anche la dimensione emotiva dell’esperienza.
    Paura.
    Frustrazione.
    Tristezza.
    Ma, allo stesso tempo, può rendere più profonda la capacità di riconoscere e comprendere le proprie emozioni.
    In pratica, non bisogna scappare da ciò che si prova: è necessario attraversarlo.

    Il coraggio della continuità

    Uno dei versi a cui sono particolarmente legata (perché sono riuscita a trasferirli con le giuste parole) è forse questo:

    C’è forza nel non smettere di lottare,
    nel rialzarsi anche quando il vento soffia contrario al cuore.

    Chi vive con la fibromialgia conosce bene questo tipo di coraggio.
    Non è il coraggio spettacolare delle grandi imprese: è un coraggio quotidiano.
    Il coraggio di alzarsi quando il corpo è stanco.
    Il coraggio di continuare a costruire relazioni, lavoro, affetti.
    Ogni giornata può diventare un piccolo atto di resistenza.

    La resilienza del cervello

    Negli ultimi anni anche la ricerca scientifica ha iniziato a studiare un fenomeno importante: la resilienza neurologica.
    Il cervello umano possiede una straordinaria capacità di adattamento.
    Anche in presenza di dolore cronico, i circuiti cerebrali possono modificarsi nel tempo attraverso processi di neuroplasticità.
    Esperienze come:

    • relazioni significative
    • attività creative
    • consapevolezza emotiva
    • strategie di regolazione dello stress

    possono contribuire a modulare l’esperienza del dolore.
    Non eliminano la malattia, ma possono aiutare il cervello a sviluppare nuovi equilibri.

    La luce che resta …

    Perché ogni passo, ogni respiro,
    è un atto di coraggio:
    guardare oltre, ancora una volta
    e credere che la luce abbia scelto di restare…
    nonostante tutto!

    Forse è proprio questo il messaggio più importante.
    La luce non è l’assenza delle ombre.
    È ciò che rimane nonostante le ombre!
    Nella vita di chi convive con la fibromialgia questa luce può assumere forme diverse: una nuova sensibilità verso gli altri, una maggiore consapevolezza di sé, una capacità più profonda di ascoltare il proprio corpo.
    Non cancella il dolore.
    Ma lo inserisce dentro una storia più ampia.
    Una storia fatta di fragilità, certo.
    Ma anche di resistenza, lucidità e umanità.
    Anche nelle esperienze più difficili può esistere una piccola luce capace di restare accesa.
    Non perché la vita diventi facile.
    Ma perché, nonostante tutto, continuiamo a scegliere di viverla.

    Giusy Fabio