Percezioni artistiche di una paziente fibromialgica
Prima della fibromialgia, la bellezza per me era qualcosa che semplicemente “stava fuori”:
un quadro in un museo, un tramonto sul mare, una musica ascoltata distrattamente mentre si facevano altre cose.
Poi è arrivata la malattia.
Il mio tempo libero lo trascorrevo a teatro, nel senso che proprio recitavo in una compagnia.
Teatro dell’Arte.
Poi è arrivata la malattia.
E quel giorno, quando svenni senza un motivo apparente durante le prove, la mia unica preoccupazione fu quella di salvare la maschera che avevo in mano.
Interpretavo il ruolo di Rosaura, la figlia di Pantalone: abito verde, con nastri e fiocchi rosa e rossi. Rosaura era l’unico personaggio di Goldoni che non indossava una maschera, ma la teneva sempre in mano.
La malattia, comunque, non riuscì a strapparmela di mano.
Da quel momento, però, provò con ogni mezzo a strapparmi tutto il resto, tutto quello che mi apparteneva.
Il dolore diffuso, la stanchezza persistente, la sensazione di vivere dentro un corpo che non rispondeva più come prima.
E con il dolore stava cambiando qualcosa di inatteso: il modo di percepire il mondo.
Quando il corpo soffre anche le cose belle diventano più intense.
È come se ogni colore, ogni suono, ogni immagine arrivasse più forte.
Ma non è soltanto una sensazione poetica.
È qualcosa che, ora, la neuroscienza comincia a spiegare.
Il cervello della fibromialgia: un sistema sensoriale amplificato
La fibromialgia oggi è considerata una sindrome di sensibilizzazione centrale.
Significa che il sistema nervoso centrale — cervello e midollo — elabora gli stimoli in modo diverso rispetto alla norma.
Numerosi studi di neuroimaging funzionale (fMRI e PET) hanno dimostrato che nei pazienti fibromialgici alcune aree cerebrali coinvolte nella percezione del dolore sono iperattive, tra cui:
- corteccia insulare
- corteccia cingolata anteriore
- talamo
- corteccia somatosensoriale
In pratica il cervello amplifica i segnali sensoriali.
Questo fenomeno viene definito central sensitization.
Non riguarda solo il dolore.
Può coinvolgere anche:
- luce
- suoni
- odori
- emozioni
- percezioni corporee
Il risultato è un sistema percettivo più sensibile, reattivo e talvolta sovraccarico.
Quando il dolore incontra l’estetica
Esiste un campo di ricerca chiamato neuroestetica, che studia come il cervello percepisce la bellezza.
Le esperienze estetiche attivano aree cerebrali molto vicine a quelle coinvolte nella percezione del dolore e delle emozioni, tra cui:
- corteccia orbitofrontale
- sistema limbico
- insula
- circuito dopaminergico della ricompensa
Questo significa che arte, emozione e dolore condividono in parte gli stessi circuiti neurali.
In una persona con fibromialgia, dove questi circuiti sono più sensibili, può accadere qualcosa di particolare: l’esperienza estetica diventa più intensa, più viscerale.
Non necessariamente più piacevole.
Ma più profonda.
Il paradosso della bellezza nel dolore
Molti pazienti con fibromialgia raccontano qualcosa di simile.
Il dolore cronico riduce energie, concentrazione e qualità della vita.
Ma allo stesso tempo può produrre una forma di ipersensibilità emotiva e percettiva.
Un tramonto può commuovere più di prima.
Un quadro può sembrare quasi “vivo”.
Una musica può far vibrare il corpo in modo inatteso.
Non perché la malattia sia un dono — nessun paziente la descriverebbe così.
Ma perché il cervello che vive nel dolore è anche un cervello che percepisce di più.
L’arte come regolatore del sistema nervoso
Negli ultimi anni la ricerca ha iniziato a studiare anche l’effetto dell’arte sul dolore cronico.
Attività artistiche come:
- pittura
- scrittura
- musica
- fotografia
- contemplazione artistica
possono attivare circuiti cerebrali che:
- modulano la percezione del dolore
- riducono l’attività delle aree legate allo stress
- aumentano la produzione di dopamina ed endorfine
In altre parole, l’arte può diventare una forma di neuromodulazione naturale.
Per alcuni pazienti rappresenta una vera strategia di adattamento.
La bellezza come forma di resistenza
Oggi scrivo, non solo articoli giornalistici: scrivo anche poesie.
Mi vengono quasi di getto, quasi le vedo e le sento prima che prendano forma sulla carta (sì, perché prima le scrivo sul mio quaderno!)
Mi sembra quasi di avere trovato una nuova modalità per mettere ordine nel rumore del corpo.
Descrivo percezioni ed intimità con colori intensi.
Se fossero quadri, penso che verrebbero fuori colori forti, tonalità piene e drammatiche.
Un amico mi chiese perché, anche solo per descrivere situazioni di ordinaria quotidianità, usassi immagini così forti e così cariche di emozioni.
«Perché il dolore è forte – gli risposi – E le sensazioni che traspirano da queste righe, devono esserlo almeno quanto lui!»
Forse è questo il senso più profondo della percezione nella fibromialgia.
Non una fuga dal dolore.
Ma una forma di resistenza neurologica ed emotiva.
Un modo per ricordare che anche un sistema nervoso ipersensibile, a volte fragile, può diventare anche uno strumento straordinario di percezione del mondo.
Ah, dimenticavo.
Oltre alla maschera, la malattia non è riuscita a strappare mai nulla di me!
Io, invece, l’ho resa schiava, trasformandola in una nuova forza.
Giusy Fabio