Negli ultimi cinque anni la mia vita è stata profondamente segnata e trasformata dall’emergere graduale di una patologia complessa, i cui primi segnali sono comparsi durante la pandemia da Covid‑19.
A febbraio 2020 rientravo dal Senegal, dove stavo avviando un progetto artistico e di volontariato dedicato ai bambini di un villaggio vicino a Dakar. La paura di restare bloccato in Africa mentre il mondo entrava in una crisi sanitaria senza precedenti mi costrinse a rientrare in Italia in tempi rapidi.
Poco dopo accettai un impiego in una struttura sanitaria privata convenzionata: sentivo di poter continuare a seguire ciò che da sempre orienta la mia indole, ovvero aiutare gli altri. Credevo di poter essere utile in un momento particolarmente difficile e, allo stesso tempo, speravo di trovare una stabilità lavorativa in un settore che non sarebbe stato fermato dal lockdown.
In quel contesto, però, sono emerse dinamiche organizzative e relazionali profondamente disfunzionali: contratti irregolari, condotte datoriali antisindacali, carenza cronica di personale, pressioni costanti, insufficiente sorveglianza sanitaria, demansionamento ed episodi di straining.
Mentre mi dedicavo con empatia alle difficoltà dei pazienti, la sorveglianza sanitaria a cui avevo diritto non ha funzionato come avrebbe dovuto. Mi sono affidato a chi aveva il compito di tutelarmi, ma quella tutela non è arrivata, generando in me un vero e proprio cortocircuito.
In quella struttura sanitaria non ho mai ricevuto dal medico competente i certificati di idoneità previsti dopo le visite mediche obbligatorie, né mi sono stati assegnati cambi di mansione o prescrizioni. E questi rappresentano solo una parte delle gravi inadempienze di cui sono stato vittima.
Il contesto lavorativo disfunzionale ha rapidamente e significativamente aggravato il mio stato di salute. Poco dopo sono comparsi sintomi severi: scariche elettriche, dolori acuti agli arti, dermatite, stanchezza estrema, depressione, ansia e un progressivo peggioramento del mio equilibrio psicofisico.
È stato l’inizio di un percorso diagnostico lungo e incerto.
Solo dopo anni di visite, tentativi e domande rimaste sospese è arrivata una prima risposta: fibromialgia. Oggi la letteratura scientifica la descrive come una sindrome da sensibilizzazione centrale, una condizione in cui il sistema nervoso amplifica e distorce la percezione del dolore.
La diagnosi di fibromialgia rappresentava il punto di incontro tra il danno fisico e quello psichico, come confermato anche da una perizia medico‑legale di parte. Eppure, proprio nel momento in cui sarebbe stato possibile interrompere un ciclo ormai insostenibile di stress lavoro‑correlato e applicare una sorveglianza sanitaria adeguata, io ho invece attraversato un vero e proprio crollo sistemico della salute.
Convivo con tre forme di dolore:
- nocicettivo, legato al danno muscoloscheletrico;
- neuropatico, derivante dal sistema nervoso periferico;
- nociplastico, tipico della fibromialgia.
Tengo a precisare che la fibromialgia, nel mio caso, è secondaria ad altre problematiche: è stata soltanto la “ciliegina sulla torta”.
Nonostante ciò, visto che in Italia non è ancora inserita tra le patologie invalidanti, è stata utilizzata dal medico competente per minimizzare i miei sintomi, annotando nella cartella sanitaria e di rischio: “mialgia diffusa alla palpazione apparentemente esagerata”.
Questo episodio degradante è stato seguito da una mancata tutela della mia salute e da un ulteriore aggravamento delle mie condizioni.
Al di là delle motivazioni che hanno spinto il medico competente a scrivere quella annotazione, quell’atto ha messo in luce una grave carenza di preparazione rispetto alle sindromi da dolore cronico. Si tratta di una lacuna ampiamente documentata in letteratura scientifica: diversi studi pubblicati su riviste internazionali come The Journal of Pain, Pain Medicine e BMJ evidenziano che molti professionisti sanitari — inclusi i medici del lavoro — ricevono una formazione insufficiente sulla gestione del dolore cronico e delle sindromi da sensibilizzazione centrale.
Ciò che rende questa condizione ancora più vergognosa — e, per quanto ne so, molto diffusa — è il fatto che la fibromialgia venga spesso utilizzata per etichettare le persone come pigre, isteriche o ipocondriache, producendo inevitabilmente danni profondi e talvolta irreversibili.
Tutto ciò ha avuto un impatto devastante sulla mia vita: ho perso i miei ruoli sociali.
Per oltre vent’anni ho ideato e guidato progetti artistici di volontariato dedicati all’inclusione sociale di ragazzi di strada e giovani con disabilità. Insieme a loro abbiamo creato spettacoli di promozione sociale e portato sostegno ai bambini ospedalizzati. Le nostre iniziative hanno ricevuto il patrocinio morale dell’UNICEF e, da una delle figure più rappresentative di UNICEF Italia, ho avuto l’onore di essere riconosciuto come Testimonial Unicef. Il volontariato e l’arte erano per me una fonte essenziale di senso e di felicità.
Oggi sto cercando di reinventare ciò che amo — l’arte e il sociale — ma è un processo molto lento e doloroso.
Anche questo articolo fa parte di quel tentativo: al momento ho scelto di pubblicarlo in anonimato, ma quando l’iter burocratico delle mie battaglie legali sarà più definito, non ho alcun dubbio che sarò pronto a metterci anche la faccia.
Malgrado la tempesta che stava travolgendo la mia salute, sono riuscito a documentare in modo capillare tutto ciò che stavo vivendo. Sentivo la necessità di tracciare ogni dettaglio per comprendere cosa stesse accadendo dentro di me e intorno a me in quel contesto lavorativo.
Questa ricostruzione minuziosa si è rivelata decisiva: ha permesso al mio medico legale di affermare che “La disamina della documentazione prodotta evidenzia un nesso causale certo e diretto tra le condotte organizzative disfunzionali (straining, demansionamento, carenze di sicurezza MMC) e il crollo della salute globale del soggetto”.
Durante la pandemia ci chiamavano “angeli” e ci ripetevano che “andrà tutto bene”.
Non è stato così. Molti operatori sanitari si sono ammalati gravemente e non hanno ricevuto la protezione che spettava loro. Io sono uno di questi. La mia malattia è maturata in un contesto lavorativo che avrebbe dovuto garantire sicurezza, sorveglianza e tutela, ma che invece ha generato una tempesta perfetta, determinando il crollo sistemico della mia salute.
La salute non è un favore: è un diritto costituzionale (art. 32). Eppure, quando arriva una patologia complessa, ci si accorge di quanto si sia soli. Spesso, forse, solo lottando si riesce a ottenere ciò che spetta; altrimenti si rischia di diventare invisibili, e dall’invisibilità nasce facilmente uno smarrimento profondo, che logora e isola.
Molte persone, quando la sofferenza diventa insostenibile, non trovano un varco. Restano intrappolate in un inferno interiore, senza un luogo in cui far respirare la propria ferita.
Un mondo del lavoro sempre più aggressivo e una sanità in declino, segnata da fragilità strutturali, disinvestimenti e fenomeni di corruzione, portano con sé una responsabilità enorme: lasciano troppe persone sole ad affrontare patologie complesse che richiederebbero contenimento, ascolto e protezione.
Quando la sofferenza ha iniziato a prendere il sopravvento, dentro di me è comparsa una voce ingannevole che mi spingeva verso la rassegnazione, perché il dolore era diventato devastante. Soltanto quando ho toccato il fondo, e ne ho avvertito davvero la paura, ho capito in modo viscerale che non volevo accettare l’idea che la morte potesse sembrare preferibile alla vita. Eppure non riuscivo a raccontare con precisione ciò che mi stava accadendo: provavo vergogna, perché mi sentivo fallito e profondamente solo.
L’isolamento mi aveva portato a vedere solo brutture in me stesso e nel mondo. Ma grazie alla mia resilienza, al prezioso sostegno sanitario ricevuto e alla presenza della mia famiglia, ho iniziato lentamente a risalire.
Oggi sto lottando per migliorare la mia qualità di vita e per ottenere giustizia, e mentre lo faccio non posso evitare di pensare a tutte le persone che vivono condizioni simili e non hanno voce.
In questo percorso di sofferenza e resilienza ho incontrato persone che mi hanno aiutato a trasformare la scrittura in uno strumento di cura. Da questo costante lavoro interiore ho imparato che:
“Quando il mio dolore sarà sincronizzato con il dolore del mondo, forse sarò libero.”
La sofferenza, quando resta chiusa dentro di noi, può trasformarsi in un abisso dal quale è difficile riemergere. Ma quando inizi a riconoscerla come parte dell’esperienza umana, si apre la possibilità di ritrovare un senso, una direzione e la forza per andare avanti. E, a volte, proprio attraverso ciò che hai vissuto puoi lasciare una traccia che, forse, potrà essere d’aiuto anche ad altri.
Se sei nella mia stessa condizione chiedi aiuto, e non arrenderti.
Autore Anonimo