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Comunicare la disabilità: rappresentazione, storie di vita e laboratori creativi per superare i pregiudizi

    Comunicare la disabilità significa attraversare uno spazio umano profondo, fatto di parole che possono ferire o liberare, di sguardi che includono o escludono, di silenzi che spesso pesano più di qualsiasi discorso, perché la disabilità non è soltanto una condizione ma un’esperienza vissuta che si intreccia con l’identità, le relazioni e il modo in cui ciascuno abita il mondo

    Per questo il linguaggio assume un valore etico oltre che comunicativo, come suggeriva Erving Goffman parlando di stigma, ricordandoci che ogni etichetta può trasformarsi in una barriera invisibile che separa, riduce, semplifica, mentre Michel Foucault ci invita a riflettere su come le categorie attraverso cui descriviamo la realtà siano anche strumenti di potere, capaci di definire chi è dentro e chi è fuori dalla norma.

    Comunicare la disabilità in modo autentico significa allora compiere un atto di responsabilità, scegliere parole che non chiudano ma aprano, che non definiscano una persona per ciò che manca ma che sappiano riconoscere ciò che esiste, ciò che cresce, ciò che resiste;.

    Troppo spesso la rappresentazione della disabilità è rimasta intrappolata tra due narrazioni opposte e ugualmente distanti dalla verità, quella della fragilità assoluta e quella dell’eroismo straordinario, entrambe incapaci di restituire la complessità della vita reale, come evidenzia Rosemarie Garland-Thomson quando parla della necessità di superare immagini che creano distanza invece di relazione; la vita, infatti, non è mai un racconto lineare né esemplare, ma un intreccio di tentativi, cadute, conquiste quotidiane che raramente fanno notizia ma che costruiscono il senso profondo dell’esistenza

    E’ proprio nelle storie di vita che la disabilità smette di essere un concetto astratto e diventa volto, voce, esperienza, e come sottolinea Paul Ricoeur, raccontarsi significa esistere, dare forma al proprio essere nel mondo, trasformare l’esperienza in identità, e in questo atto narrativo c’è una forza straordinaria, perché chi racconta non è più oggetto di discorso ma soggetto che prende parola, che si definisce, che rompe il silenzio.

    In queste storie si incontrano paure e desideri, limiti e possibilità, e soprattutto si incontrano successi che non hanno bisogno di essere eccezionali per essere rivoluzionari, perché a volte il vero successo è uscire di casa, costruire un’amicizia, trovare il proprio spazio nel mondo, essere riconosciuti senza dover dimostrare nulla; queste narrazioni scardinano i pregiudizi non con la forza dell’eccezionalità ma con la verità dell’esperienza, mostrando che la disabilità non è una linea che separa, ma una delle tante forme in cui la vita si manifesta.

    Il modello sociale della disabilità, elaborato da Mike Oliver, ci aiuta a comprendere che ciò che limita non è soltanto il corpo o la mente, ma soprattutto l’ambiente, le strutture, gli sguardi, le aspettative, e allora comunicare la disabilità significa anche denunciare le barriere, visibili e invisibili, che impediscono la piena partecipazione, ma significa anche immaginare e costruire alternative, aprire possibilità, creare spazi in cui ciascuno possa essere se stesso.

    In questo orizzonte i laboratori creativi assumono un valore profondamente umano prima ancora che educativo o sociale, perché diventano luoghi in cui la persona può esprimersi senza paura di essere giudicata, può sperimentare linguaggi diversi, può trasformare emozioni in forme, silenzi in suoni, esperienze in immagini; come suggeriva Lev Vygotskij, è nella relazione che si sviluppano le capacità, ed è nell’incontro con l’altro che l’individuo scopre nuove possibilità di sé, mentre John Dewey ci ricorda che l’esperienza artistica è una forma di conoscenza che coinvolge mente e corpo, pensiero ed emozione, rendendo l’apprendimento qualcosa di vivo, incarnato, significativo; nei laboratori creativi accade qualcosa di prezioso e spesso invisibile, perché non si tratta solo di produrre un’opera ma di costruire un processo, un percorso in cui la persona prende fiducia, si espone, si racconta, si riconosce e viene riconosciuta, e in questo processo si genera inclusione, non come concetto astratto ma come esperienza concreta, fatta di relazioni, di ascolto, di presenza

    L’arte diventa così un linguaggio universale che supera le barriere, che permette di comunicare anche quando le parole non bastano, che restituisce dignità e visibilità a chi troppo spesso è stato invisibile; comunicare la disabilità, allora, non è solo una questione di rappresentazione ma un atto profondamente politico e umano, che riguarda il tipo di società che vogliamo costruire, una società che, come sostiene Martha Nussbaum, sia capace di garantire a tutti non solo diritti formali ma reali possibilità di espressione, di partecipazione, di vita piena; è un invito a cambiare sguardo, a rallentare, ad ascoltare, a lasciarsi attraversare dalle storie degli altri senza ridurle, senza semplificarle, riconoscendo che in ogni esperienza di fragilità c’è anche una forma di forza, e che forse è proprio nella capacità di accogliere le differenze che una comunità misura la propria umanità.

    In questo senso comunicare la disabilità diventa un gesto di cura collettiva, un modo per costruire ponti dove prima c’erano muri, per trasformare la distanza in relazione e il pregiudizio in consapevolezza, affinché nessuno sia più raccontato senza poter raccontarsi e nessuno debba più sentirsi fuori da un mondo che, in fondo, appartiene a tutti.

    Giusy Fabio