La malattia non creò la sua poesia: ma la poesia le offrì una lingua con cui raccontare ciò che, per molti anni, gli altri avevano chiamato soltanto follia.
introduzione
Di Alda Merini crediamo di conoscere soprattutto un’immagine: la donna spettinata e sorridente dei Navigli, la sigaretta tra le dita, gli abiti eccentrici, il telefono sempre vicino, le pareti della casa ricoperte di numeri, parole e appunti; una poetessa capace di pronunciare frasi fulminanti sull’amore, sulla follia, sul dolore e sulla vita, trasformate negli anni in citazioni, fotografie, manifesti e frammenti continuamente riproposti.
Dietro quell’immagine, diventata quasi un’icona popolare della cultura italiana, esiste però una storia infinitamente più complessa: quella di una ragazza milanese che cominciò a scrivere giovanissima, venne riconosciuta molto presto da alcuni importanti protagonisti della cultura italiana e pubblicò la sua prima raccolta, La presenza di Orfeo, nel 1953; una donna che conobbe l’amore, il matrimonio, la maternità e le difficoltà della vita familiare, ma anche una sofferenza psichica che avrebbe segnato profondamente molti anni della sua esistenza.
Il primo ricovero al Paolo Pini avvenne nel 1965 e fu seguito, negli anni successivi, da altri periodi di internamento; quell’esperienza avrebbe inciso profondamente sulla sua vita personale, sui rapporti familiari e sulla scrittura, fino a diventare materia poetica e narrativa quando Merini riuscì nuovamente a trasformare in parole ciò che aveva attraversato.
Ma sarebbe proprio qui l’errore che vorremmo evitare.
Raccontare Alda Merini esclusivamente attraverso il manicomio significherebbe, paradossalmente, ripetere quello stesso meccanismo che la nostra rubrica cerca di mettere in discussione: sostituire la persona con la diagnosi, osservare un’intera esistenza attraverso la lente della malattia, trasformare una donna complessa in un caso clinico e, soprattutto, lasciare che la sofferenza diventi la spiegazione del talento.
Alda Merini non fu una grande poetessa perché conobbe la malattia mentale.
Era già poeta prima dei lunghi ricoveri; aveva già pubblicato, frequentato ambienti letterari importanti e ricevuto attenzione critica, mentre la sua poesia mostrava fin dagli esordi quell’intreccio fra amore, corpo, spiritualità e inquietudine che avrebbe continuato ad attraversarne l’opera.
La malattia entrò nella sua vita dopo che la poesia vi era già entrata.
E forse è proprio da questa distinzione che dobbiamo partire per incontrare davvero Alda Merini: non cercare la poesia nella malattia, ma cercare la donna dentro entrambe.
1. La donna, non il mito
Alda Merini è uno di quei personaggi che sembrano essere stati progressivamente trasformati dalla memoria collettiva in una rappresentazione di sé stessi: la poetessa dei Navigli, la donna eccentrica, la sigaretta accesa tra le dita, il rossetto marcato, gli abiti colorati, il disordine della casa di Ripa di Porta Ticinese, il telefono utilizzato quasi come uno strumento letterario, la parola pronunciata con una voce immediatamente riconoscibile, capace di passare nel giro di pochi secondi dalla battuta ironica alla riflessione sull’amore, dalla provocazione al dolore.
È un’immagine affascinante, certamente autentica in molti suoi aspetti, ma è anche un’immagine che appartiene soprattutto all’ultima parte della sua vita, quando Alda Merini era ormai diventata un personaggio pubblico, invitata nelle trasmissioni televisive, intervistata dai giornali, riconosciuta per strada, amata da un pubblico molto più vasto di quello che normalmente frequenta la poesia; fermarsi a questa rappresentazione significherebbe, però, perdere la donna che venne prima del personaggio, e soprattutto dimenticare quanto lungo, complesso e talvolta doloroso sia stato il percorso che condusse a quella libertà apparentemente irriverente con la quale imparò ad abitare gli ultimi decenni della propria esistenza.
Alda Giuseppina Angela Merini nacque a Milano il 21 marzo 1931, in una famiglia lontana dai grandi ambienti intellettuali nei quali sarebbe entrata ancora giovanissima; il padre Nemo lavorava nel settore assicurativo, la madre Emilia Painelli era casalinga, e la sua infanzia trascorse in una Milano popolare nella quale la vita quotidiana aveva ancora il ritmo delle famiglie del primo Novecento.
Fin dall’adolescenza, tuttavia, apparve evidente una sensibilità non comune, accompagnata da una fortissima attrazione per la parola e per la poesia; sarebbe stata la stessa Merini, ricordando quegli anni, a descrivere un’infanzia esteriormente normale ma interiormente attraversata da malinconia, isolamento e dalla sensazione di essere poco compresa, elementi che sarebbe sbagliato trasformare, con lo sguardo di oggi, nei sintomi anticipatori di una futura malattia, ma che certamente aiutano a comprendere quanto precoce fosse in lei la tendenza a osservare il mondo attraverso una dimensione interiore particolarmente intensa.
Anche qui è necessario sottrarsi a una tentazione molto frequente quando si raccontano le vite di persone che, successivamente, attraverseranno una sofferenza psichica importante: rileggere ogni comportamento dell’infanzia e dell’adolescenza come se contenesse già la spiegazione di ciò che accadrà molti anni dopo.
La vita non funziona in questo modo, e nemmeno la biografia dovrebbe farlo; una ragazza sensibile, malinconica, introversa o inquieta non è necessariamente una ragazza destinata alla malattia mentale, così come la creatività non costituisce il sintomo di una patologia che ancora deve manifestarsi.
Quella giovane Alda era, prima di tutto, una ragazza che scriveva, e scriveva abbastanza bene da essere notata molto presto in un ambiente letterario nel quale era tutt’altro che semplice entrare.
Giacinto Spagnoletti ne riconobbe il talento e nel 1950 pubblicò due sue liriche nell’Antologia della poesia italiana 1909-1949; negli stessi anni Merini entrò in contatto con figure importanti della cultura italiana, fra cui Giorgio Manganelli e Salvatore Quasimodo, mentre nel 1953, quando aveva appena ventidue anni, uscì la sua prima raccolta, La presenza di Orfeo.
Questo passaggio è fondamentale per il nostro racconto, perché impedisce di commettere l’errore che più di ogni altro rischia di falsare la figura di Alda Merini: pensare che la poetessa sia nata dal manicomio.
Quando cominciarono i lunghi ricoveri psichiatrici, Merini aveva già una propria storia letteraria, aveva pubblicato libri, era stata letta e discussa da intellettuali importanti; soprattutto, aveva già costruito alcuni dei temi che sarebbero rimasti centrali nella sua poesia, quell’intreccio di corpo e spiritualità, desiderio e colpa, amore e abbandono, sacro e carnale che la critica riconosce fin dalle opere degli anni Cinquanta.
La distinzione è decisiva: la sofferenza psichica sarebbe entrata profondamente nella sua opera, ma non ne rappresentò l’origine.
Negli anni successivi la vita di Alda assunse anche i contorni di una quotidianità apparentemente più convenzionale; nel 1953 sposò Ettore Carniti, divenne madre e cercò di conciliare la scrittura con le responsabilità familiari, in un’Italia nella quale per una donna era già difficile rivendicare una propria identità intellettuale, e probabilmente ancora più difficile farlo quando quella identità si accompagnava a una personalità insofferente alle convenzioni e a una sensibilità che mal si adattava alle categorie entro le quali la società tendeva a collocare le donne.
Sarebbe facile, ancora una volta, leggere gli anni che precedono il primo ricovero cercando una spiegazione lineare, come se fosse possibile individuare una sequenza ordinata di cause capaci di condurre inevitabilmente alla crisi; la vicenda umana di Merini resiste invece a queste semplificazioni, perché vi si intrecciano la vulnerabilità personale, le tensioni familiari, le difficoltà economiche, la maternità, il bisogno di scrivere, le relazioni affettive e un disagio psichico che avrebbe progressivamente assunto una dimensione clinica.
Il 31 ottobre 1965 avvenne il primo ricovero nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano, al quale seguirono altri internamenti, alcuni molto più lunghi, intervallati da periodi trascorsi a casa; cominciò così una fase destinata a segnare profondamente non soltanto la sua biografia, ma il rapporto stesso con la parola, con la maternità, con il proprio corpo e con l’identità.
Ed è proprio a questo punto che il mito di Alda Merini rischia nuovamente di prendere il sopravvento sulla donna.
Negli anni successivi, soprattutto quando la poetessa divenne celebre, l’esperienza manicomiale venne spesso trasformata in una sorta di elemento costitutivo del personaggio, quasi fosse necessario attraversare la follia per raggiungere quella particolare intensità poetica; è una lettura suggestiva, persino romantica, ma profondamente ingiusta, perché confonde la capacità di trasformare successivamente un’esperienza traumatica in letteratura con l’idea che quell’esperienza fosse necessaria alla creazione.
Non lo era.
Alda Merini avrebbe probabilmente scritto comunque, perché scriveva già prima.
Non abbiamo alcun diritto di immaginare quali poesie avrebbe composto senza la malattia, quali libri avrebbe pubblicato, quale donna sarebbe diventata o quale rapporto avrebbe costruito con le figlie; possiamo soltanto riconoscere che la sofferenza modificò profondamente il corso della sua esistenza e che, quando tornò pienamente alla scrittura, quella esperienza entrò inevitabilmente nel materiale umano dal quale la poesia avrebbe attinto.
La donna, però, continuava a essere più grande di ciò che le era accaduto.
Era madre, anche dentro una maternità dolorosamente complicata dalle separazioni e dagli affidamenti; era moglie, amante, amica, interlocutrice di scrittori e poeti; era una donna capace di desiderare con una vitalità quasi incontenibile, di innamorarsi, di arrabbiarsi, di provocare, di ridere, di cercare continuamente il contatto con gli altri, e soprattutto era una persona che non accettava facilmente le definizioni attraverso le quali gli altri tentavano di contenerla.
È forse proprio questa insofferenza verso le etichette a rappresentare uno dei tratti più affascinanti della Merini matura.
La società aveva provato a definirla in molti modi: malata, diversa, folle, poetessa dell’amore, poetessa del manicomio, personaggio eccentrico; lei sembrava continuamente sfuggire da una definizione all’altra, talvolta contraddicendosi, talvolta utilizzando quelle stesse parole con ironia, quasi volesse ricordare che nessun termine avrebbe potuto contenerla completamente. Anche la critica ha sottolineato quanto fossero scivolose le molte etichette applicate alla sua figura e quanto la stessa Merini le accettasse, respingesse o trasformasse nel tempo.
Quando, molti anni dopo, divenne la celebre “poetessa dei Navigli”, quella libertà assunse una forma quasi teatrale.
La casa, il telefono, le sigarette, le fotografie, gli aforismi, le apparizioni televisive contribuirono a costruire una figura immediatamente riconoscibile; ma dietro quella scena continuava a vivere una donna che aveva conosciuto la perdita della libertà personale, la separazione dalle figlie, la difficoltà di essere creduta, il silenzio editoriale e la necessità di ricostruire più volte la propria esistenza.
Forse è proprio per questo che, prima di parlare delle sue fragilità, è necessario restituirle la complessità che il mito rischia di sottrarle.
Alda Merini non fu “la poetessa folle”.
Fu una poetessa che attraversò una grave sofferenza psichica.
La differenza tra queste due frasi contiene, in fondo, tutto il senso di Fragilità d’Autore: nella prima la malattia diventa identità; nella seconda torna a essere una parte, certamente importante e dolorosa, della storia di una persona che rimane infinitamente più vasta della propria diagnosi.
2. Le fragilità documentate
Quando affrontiamo questo capitolo nella storia di Alda Merini dobbiamo farlo con una cautela ancora maggiore rispetto agli altri protagonisti della nostra collana, perché la malattia mentale porta con sé una particolare vulnerabilità narrativa: ciò che appartiene alla medicina, ciò che la persona racconta di sé, ciò che ricordano i familiari e ciò che successivamente viene costruito dal mito possono sovrapporsi fino a diventare difficilmente distinguibili.
Le fonti biografiche più autorevoli riportano che il primo internamento al Paolo Pini avvenne il 31 ottobre 1965, dopo una fase di crescente difficoltà nella vita familiare; quel ricovero iniziale durò poco più di una settimana, ma fu seguito da controlli psichiatrici e da nuovi internamenti, alcuni molto più lunghi, che si susseguirono per anni, con periodi trascorsi fuori dall’istituto e successivi rientri. La diagnosi riportata nella documentazione biografica è quella di schizofrenia.
Qui è necessario fermarsi.
Non perché la diagnosi debba essere messa in discussione da chi, a distanza di decenni, non possiede gli elementi clinici per farlo; proprio al contrario, perché non spetta a noi reinterpretarla.
Sarebbe scorretto cercare oggi, attraverso le poesie, le interviste o gli episodi biografici, di stabilire quale disturbo Merini “avesse davvero”; le categorie diagnostiche, la psichiatria e le modalità di cura sono profondamente cambiate nel tempo, mentre una diagnosi appartiene sempre a una persona concreta, valutata in un determinato momento e in uno specifico contesto clinico.
Ciò che possiamo documentare con maggiore certezza è invece l’esperienza dell’istituzionalizzazione, e questa esperienza fu lunga, dolorosa e profondamente trasformativa.
Il manicomio italiano degli anni Sessanta e Settanta era una realtà radicalmente diversa dai moderni servizi di salute mentale; la legge Basaglia, che avrebbe avviato il superamento degli ospedali psichiatrici, sarebbe arrivata soltanto nel 1978, proprio negli anni in cui si concludeva la lunga stagione dei ricoveri di Merini.
Entrare in manicomio significava allora non soltanto ricevere cure, ma entrare in un’istituzione capace di modificare profondamente la quotidianità e l’identità della persona: gli spazi, i tempi, le relazioni, il rapporto con il proprio corpo e perfino la possibilità di decidere autonomamente venivano regolati da un sistema sul quale il paziente esercitava un controllo molto limitato.
Per una donna come Alda, che avrebbe fatto della libertà personale uno dei tratti più riconoscibili della propria esistenza, quell’esperienza dovette assumere un significato particolarmente radicale.
Non abbiamo bisogno di trasformarla in una metafora; saranno successivamente le sue stesse opere, soprattutto La Terra Santa e L’altra verità. Diario di una diversa, a raccontare come quell’universo sia rimasto dentro di lei e come la memoria dell’istituzione abbia continuato a interrogare la sua scrittura. Le due opere, pubblicate rispettivamente nel 1984 e nel 1986, costituiscono infatti i riferimenti essenziali per comprendere la rielaborazione poetica e narrativa dell’esperienza manicomiale.
Ma la fragilità di Merini non coincide soltanto con la diagnosi.
Esiste una dimensione relazionale altrettanto importante, perché gli anni della sofferenza psichica attraversarono il matrimonio, la maternità e il rapporto con le figlie, alcune delle quali furono affidate ad altre famiglie; dietro la storia della grande poetessa esiste quindi anche quella di una madre che sperimentò separazioni dolorose e di una famiglia costretta a confrontarsi con una situazione estremamente complessa, in un periodo storico nel quale gli strumenti assistenziali, culturali e sociali disponibili erano molto differenti da quelli odierni.
Questo aspetto merita particolare attenzione perché ci permette di sottrarre la sofferenza mentale alla rappresentazione individualistica con cui viene spesso raccontata.
Una malattia psichica importante non attraversa soltanto la persona che ne manifesta i sintomi; modifica gli equilibri familiari, investe il partner, coinvolge i figli, produce paure, incomprensioni, talvolta conflitti e separazioni, e può lasciare tracce che continuano a esistere anche quando la fase più acuta è terminata.
Nella storia di Merini, inoltre, esiste un’altra fragilità che raramente viene considerata con sufficiente attenzione: il silenzio.
Dopo Tu sei Pietro, pubblicato all’inizio degli anni Sessanta, la sua presenza editoriale si interrompe sostanzialmente per un periodo lunghissimo; Treccani parla di un silenzio artistico durato circa vent’anni, interrotto dalla pubblicazione di Destinati a morire. Poesie vecchie e nuove nel 1980, prima della stagione che avrebbe condotto a La Terra Santa.
Per una persona che aveva incontrato la poesia giovanissima, che attraverso la parola aveva costruito una parte fondamentale della propria identità, quel silenzio non può essere considerato un semplice intervallo bibliografico.
Rappresenta una frattura.
Eppure proprio qui emerge uno degli aspetti più importanti della sua vicenda: quando la scrittura ritorna, non cancella ciò che è accaduto, non tenta di ricostruire artificialmente la poetessa degli anni Cinquanta, ma accoglie dentro di sé l’esperienza attraversata.
Nel 1984 La Terra Santa segna uno dei momenti più importanti di questa rinascita letteraria; due anni dopo, con L’altra verità. Diario di una diversa, Merini affida alla prosa la memoria dell’internamento, trasformando una vicenda privata in una testimonianza che possiede anche un evidente valore sociale e culturale.
È importante, però, non raccontare questa rinascita come una guarigione improvvisa o come il rassicurante finale di una storia di sofferenza.
La vita di Alda Merini rimase complessa.
Dopo la morte del primo marito Ettore Carniti nel 1983, sposò il poeta Michele Pierri e si trasferì a Taranto; anche quella fase fu attraversata da difficoltà e da un ulteriore ricovero in una struttura psichiatrica, prima del ritorno a Milano, mentre negli anni successivi la sua vita avrebbe conosciuto nuovi problemi, compresi quelli economici e, più avanti, fisici.
La fragilità, insomma, non scompare dalla sua storia; cambia forma, convive con periodi di grande creatività, con riconoscimenti sempre più importanti, con la riscoperta da parte della critica e infine con una popolarità straordinaria.
Ed è proprio questa convivenza a rendere la sua vicenda tanto preziosa per la nostra rubrica.
Alda Merini non ci offre una storia ordinata nella quale esistono un “prima” sano, un “durante” malato e un “dopo” definitivamente risolto.
Ci consegna qualcosa di molto più vicino all’esperienza reale di tante persone: una vita nella quale vulnerabilità e capacità, crisi e desiderio, dipendenza e libertà, sofferenza e creatività possono coesistere, alternarsi, perfino contraddirsi senza che una dimensione cancelli necessariamente tutte le altre.
Forse, allora, il dato più importante delle sue fragilità documentate non è soltanto ciò che la psichiatria scrisse nelle cartelle cliniche, ma ciò che la sua biografia ci obbliga ancora oggi a ricordare: una diagnosi può descrivere una condizione, non può contenere una persona.
Ed è esattamente da qui che possiamo entrare nel capitolo successivo.
Perché, dopo anni nei quali altri avevano parlato di lei attraverso il linguaggio della diagnosi e dell’istituzione, Alda Merini riprese la parola.
E quando lo fece, trasformò quella parola in poesia.
3. Come la fragilità entra nell'opera
Ci sono esperienze che entrano nella scrittura mentre accadono e altre che hanno bisogno di tempo, quasi dovessero depositarsi nella memoria prima di poter trovare una lingua capace di raccontarle; nella vicenda di Alda Merini, gli anni trascorsi nell’istituzione psichiatrica appartengono soprattutto a questa seconda dimensione, perché tra l’esperienza vissuta e la sua piena trasformazione letteraria esiste una distanza lunga e tormentata, fatta di silenzio, tentativi di ricominciare, ritorni alla scrittura e della lenta ricostruzione di una voce che non poteva più essere identica a quella degli esordi.
Quando quella voce riemerge con forza, soprattutto all’inizio degli anni Ottanta, qualcosa è inevitabilmente cambiato; non perché la poetessa abbia abbandonato i temi che avevano caratterizzato le prime raccolte, dove erano già presenti l’amore, il corpo, il desiderio, la tensione religiosa e una particolare inquietudine esistenziale, ma perché dentro quelle stesse parole è entrata un’esperienza che ne ha modificato il peso.
La poesia non nasce dalla malattia, dunque, e neppure dal manicomio; nasce dalla stessa donna che scriveva prima dei ricoveri, ma ora quella donna porta dentro di sé una memoria ulteriore, conosce la perdita della libertà, l’umiliazione, la distanza dagli affetti, la paura di non essere riconosciuta nella propria identità, e tutto questo non può scomparire quando torna a prendere in mano la parola. La produzione precedente al lungo silenzio e quella successiva mostrano infatti una continuità di motivi, insieme a un’intensificazione della componente autobiografica dopo l’esperienza dell’internamento.
È forse questo il punto dal quale conviene osservare La Terra Santa, pubblicata nel 1984 e considerata uno dei vertici della produzione meriniana; già il titolo contiene una contraddizione potente, perché utilizza un’immagine appartenente alla tradizione biblica, quella di una terra promessa verso la quale ci si muove nella speranza di raggiungere finalmente un luogo di appartenenza, e la porta dentro un’esperienza che con la promessa sembra avere ben poco a che fare. Il manicomio diventa così uno spazio reale e insieme simbolico, un territorio separato dal mondo esterno nel quale convivono dolore, attesa, esclusione, bisogno di salvezza e desiderio di essere riconosciuti; non è semplicemente il luogo nel quale la poetessa è stata ricoverata, ma una geografia interiore attraverso la quale interrogare la condizione di chi viene sottratto alla propria vita e affidato allo sguardo, alle decisioni e perfino alle parole degli altri. La lettura critica dell’opera ha sottolineato proprio la trasfigurazione in chiave biblica dell’esperienza manicomiale.
È qui che la fragilità compie il passaggio che più interessa alla nostra rubrica: smette di essere soltanto una circostanza biografica e diventa materia poetica, senza però perdere la concretezza della sofferenza dalla quale proviene. Merini non ci consegna una cartella clinica in versi, non descrive la propria condizione attraverso categorie diagnostiche e non tenta di spiegare scientificamente ciò che le è accaduto; restituisce invece la percezione di quell’esperienza, ciò che significava trovarsi dall’altra parte della porta, essere guardata come “diversa”, vivere in uno spazio nel quale la persona rischiava di scomparire dietro la categoria alla quale era stata assegnata.
Ed è proprio questa capacità di spostare il punto di osservazione a rendere la sua scrittura così importante anche al di fuori della letteratura.
Per comprendere un paziente possiamo conoscere perfettamente la definizione della sua malattia, i criteri diagnostici, i trattamenti disponibili e la prognosi; rimane tuttavia una parte dell’esperienza che nessun manuale riesce a descrivere completamente, quella che riguarda il modo in cui la persona sente ciò che le sta accadendo, come cambia la percezione del proprio corpo, come viene modificato il rapporto con il tempo, quali paure nascono, quale significato assumono lo sguardo degli altri, una porta chiusa, un corridoio, una notte trascorsa lontano da casa. È in questo spazio che la parola letteraria può aggiungere qualcosa alla conoscenza clinica, non sostituendola, ma rendendo visibile ciò che i parametri della medicina necessariamente lasciano fuori.
Questa dimensione diventa ancora più evidente in L’altra verità. Diario di una diversa, pubblicato nel 1986, dove la memoria dell’internamento assume la forma della prosa; chiamarlo semplicemente diario, tuttavia, rischia di essere riduttivo, perché il libro non procede come una registrazione ordinata degli avvenimenti, ma attraverso ricordi, immagini, riflessioni e frammenti che restituiscono l’esperienza dall’interno. Uno studio dell’Università degli Studi di Milano ha proposto di considerarlo una forma di medicina narrativa ante litteram, proprio perché permette di osservare il manicomio non attraverso lo sguardo dell’istituzione o del medico, ma attraverso quello della persona che vi è stata ricoverata; la sua importanza, in questa prospettiva, riguarda non soltanto chi ha vissuto la sofferenza psichica, ma anche i professionisti sanitari e i familiari.
Il titolo stesso, L’altra verità, sembra suggerire qualcosa che oggi appare quasi ovvio e che per lungo tempo non lo è stato affatto: sulla malattia esiste anche la verità del paziente.
Non una verità alternativa alla medicina, né una verità necessariamente più corretta di quella clinica, ma una verità diversa per natura; il medico può descrivere il disturbo, osservare i sintomi, formulare una diagnosi e proporre una terapia, mentre la persona può raccontare che cosa significhi vivere dentro quella condizione. Sono due sguardi che non dovrebbero escludersi, perché riguardano dimensioni differenti della stessa esperienza; quando uno dei due pretende di essere sufficiente, qualcosa della persona inevitabilmente si perde.
Alda Merini aveva conosciuto direttamente questa perdita.
Per molti anni altri avevano avuto il potere di dire chi fosse, quale fosse la sua condizione, quando dovesse entrare o uscire dall’istituzione, quali comportamenti fossero accettabili e quali invece dovessero essere interpretati attraverso il linguaggio della patologia; tornando alla scrittura, la poetessa recupera anche la possibilità di raccontarsi con parole proprie. È un gesto letterario, certamente, ma possiede inevitabilmente anche una dimensione di riappropriazione: non cancella la diagnosi e non pretende di sostituirsi alla medicina, ma restituisce alla persona il diritto di partecipare al racconto della propria storia.
Qui possiamo forse comprendere perché la parola “diversa”, presente nel titolo, sia così importante.
La diversità può essere un’etichetta imposta dall’esterno, capace di separare chi appartiene alla normalità da chi viene collocato ai suoi margini; nelle mani di Merini, però, quella parola cambia progressivamente posizione, perché è la stessa persona definita diversa a utilizzarla per raccontarsi. Non significa necessariamente accettare lo stigma; significa sottrarre agli altri l’esclusiva sulla definizione di sé.
È un meccanismo che attraversa molta della sua produzione successiva e che aiuta anche a comprendere il rapporto apparentemente contraddittorio che Merini ebbe con la parola “follia”.
Talvolta la respinse, soprattutto quando veniva utilizzata per ridurre la sua identità a una categoria; altre volte la accolse nel proprio linguaggio, la provocò, la trasformò quasi in un elemento scenico della propria figura pubblica. Questa oscillazione può apparire incoerente soltanto se pretendiamo che una persona debba mantenere per tutta la vita lo stesso rapporto con ciò che le è accaduto; in realtà è possibile rifiutare una parola quando viene utilizzata dagli altri per ferirci e, nello stesso tempo, decidere di appropriarsene quando siamo noi a sceglierne il significato. La stessa critica ha osservato quanto le numerose etichette applicate a Merini — dalla passionalità alla follia, dal disagio al vitalismo — siano state accolte, respinte o rielaborate dalla poetessa in modi differenti.
Ma sarebbe ancora una volta sbagliato lasciare che il manicomio occupasse tutta la sua opera, perché Alda Merini scrive anche, e moltissimo, d’amore.
Un amore che raramente possiede la serenità di un sentimento ordinato e pacificato; è desiderio, corpo, mancanza, abbandono, attesa, sensualità, ferita, talvolta perfino una forma di religiosità. Nella sua poesia il confine tra ciò che appartiene alla carne e ciò che appartiene allo spirito è continuamente attraversato, tanto che già nelle prime opere, ben prima della lunga stagione dei ricoveri, la critica aveva riconosciuto la compresenza di elementi erotici e mistici.
Questo dato è particolarmente importante per noi, perché dimostra ancora una volta quanto sarebbe povera una lettura di Merini costruita esclusivamente attorno alla sofferenza psichica.
La poetessa che ritorna dal manicomio non scrive soltanto del manicomio; continua a scrivere dell’uomo e della donna, del desiderio di essere amati, della solitudine, della fede, del corpo, dell’assenza, della maternità, dell’incontro e della perdita. La fragilità entra nell’opera proprio perché entra in una materia poetica che esisteva già e la modifica, la rende forse più aspra in alcuni momenti, più carnale in altri, ma non la sostituisce.
Negli anni della maturità accade poi qualcosa di particolarmente interessante: la poesia esce progressivamente dalla pagina e torna a essere voce.
Merini detta versi al telefono, parla, improvvisa, costruisce una relazione quasi fisica con le parole; Nel cerchio di un pensiero, pubblicato nel 2005, raccoglie cinquantatré poesie dettate telefonicamente a Marco Campedelli e lasciate senza segni di interpunzione, proprio a sottolinearne la natura orale.
È difficile non vedere in questa evoluzione qualcosa di profondamente coerente con la sua storia.
Dopo essere stata per anni dentro un’istituzione nella quale la parola del paziente rischiava di avere un peso minore rispetto a quella pronunciata su di lui, Alda Merini costruisce negli ultimi decenni della propria vita una poesia che sembra avere bisogno continuamente dell’altro: qualcuno che ascolti, che riceva una telefonata, che trascriva, che raccolga una frase, che entri nella sua casa, che condivida per qualche minuto quello spazio disordinato e vitale nel quale la poesia continua a nascere.
La parola, insomma, non è più soltanto scrittura; diventa relazione.
Ed è forse proprio qui che possiamo trovare una delle chiavi più originali per leggere la presenza della fragilità nella sua opera.
Il manicomio aveva rappresentato anche la separazione: dal mondo esterno, dagli affetti, dalla quotidianità, dalla possibilità di decidere liberamente dove stare e con chi stare.
La poesia della Merini matura sembra invece cercare continuamente il contatto: con l’amato, con Dio, con il lettore, con chi risponde al telefono, con chi entra nella sua casa, con la città stessa.
Non possiamo dire che questa tensione nasca direttamente dalla malattia, perché sarebbe una deduzione che le fonti non ci autorizzano a trasformare in certezza; possiamo però osservare che, nella sua opera, la parola diventa progressivamente uno spazio nel quale la separazione può essere almeno temporaneamente interrotta.
Ed è una distinzione importante.
La poesia non guarisce la malattia.
Non sostituisce la terapia.
Non cancella ciò che è accaduto.
Può però permettere alla persona di dare forma a un’esperienza che altrimenti rischierebbe di rimanere senza linguaggio; può trasformare una memoria privata in qualcosa che un altro essere umano riesce a riconoscere, può creare una relazione là dove prima esisteva soltanto isolamento.
La stessa Merini, riflettendo sul significato della poesia, insisteva sulla necessità della vita, della libertà, della relazione con le persone e sulla possibilità della parola poetica di prendere parte anche al dolore senza identificarsi semplicemente con esso.
Forse è questo il passaggio più straordinario della sua opera.
Alda Merini prende un’esperienza nella quale era stata definita dagli altri e la trasforma in un luogo dal quale può nuovamente parlare in prima persona; prende una condizione che rischiava di isolarla e ne ricava parole capaci di raggiungere migliaia di persone; prende la categoria della “diversità”, che avrebbe potuto restare un marchio, e la restituisce al lettore come domanda sulla normalità, sulla dignità e sul modo in cui scegliamo di guardare chi vive ai margini delle nostre rassicuranti definizioni.
Non c’è bisogno di trasformare tutto questo in una favola sulla forza salvifica dell’arte.
Sarebbe persino ingiusto nei confronti di Alda Merini, perché significherebbe rendere bella una sofferenza che bella non fu.
La poesia non rende necessario il dolore e il dolore non rende necessariamente poeti; ciò che possiamo riconoscere, invece, è la capacità di una donna di riprendere possesso della propria esperienza attraverso la parola, trasformando ciò che aveva vissuto in qualcosa che non chiedeva più soltanto di essere ricordato, ma di essere ascoltato.
Ed è proprio ascoltando quella voce, senza trasformarla né in eroina né in simbolo della follia, che arriviamo al capitolo successivo.
Perché Alda Merini può ancora parlare ai pazienti di oggi non insegnando loro come si deve soffrire, ma ricordando a tutti noi — pazienti, familiari, medici e società — quanto sia importante lasciare alla persona il diritto di raccontare, con le proprie parole, che cosa significhi vivere dentro la propria fragilità.
4. Cosa insegna oggi ai pazienti
Alda Merini può parlare ai pazienti di oggi proprio perché non offre un modello perfetto da imitare, non costruisce una narrazione ordinata nella quale la malattia viene affrontata con coraggio, superata e infine trasformata in una vittoria personale; la sua storia è molto più irregolare, contraddittoria, autentica e, proprio per questo, più vicina alla realtà di chi convive con una fragilità che non segue percorsi lineari.
Uno dei rischi più frequenti della comunicazione contemporanea sulla malattia consiste infatti nel proporre continuamente esempi di persone capaci di “reagire”, “combattere”, “non arrendersi”, quasi che esistesse un solo modo corretto di attraversare la sofferenza; chi non riesce a mantenere lo stesso atteggiamento finisce così per sentirsi doppiamente fragile, prima per la malattia e poi per l’incapacità di corrispondere all’immagine del paziente forte che la società sembra aspettarsi.
Alda Merini ci ricorda qualcosa di completamente diverso: si può essere fragili, contraddittori, stanchi, arrabbiati, innamorati, vulnerabili, dipendenti dagli altri e, nello stesso tempo, continuare a essere pienamente persone.
Questa distinzione possiede un valore enorme, soprattutto nel campo della salute mentale, dove lo stigma tende ancora oggi a produrre un effetto particolarmente invasivo; la diagnosi non viene percepita soltanto come una condizione clinica, ma rischia di trasformarsi in un giudizio complessivo sull’affidabilità, sulla lucidità, sulla capacità di lavorare, di amare, di prendere decisioni, quasi che una parola medica potesse improvvisamente appropriarsi dell’intera identità di un individuo.
La vicenda di Merini mostra quanto profondamente possa ferire questo meccanismo.
Per molti anni altri hanno parlato di lei attraverso categorie cliniche, istituzionali e familiari; quando la scrittura ritorna con forza, una delle trasformazioni più importanti consiste proprio nella possibilità di riprendere la parola e di tornare a raccontarsi dall’interno.
È un passaggio che riguarda da vicino anche la medicina contemporanea, perché la cura non dovrebbe limitarsi a stabilire che cosa abbia una persona, ma dovrebbe cercare di comprendere che cosa quella persona stia vivendo.
La differenza è sostanziale.
Una diagnosi può essere corretta e indispensabile, ma non racconta automaticamente il significato che la malattia assume nella vita di chi la riceve; non dice che cosa quella persona teme, quale progetto sente di perdere, quale relazione sta cambiando, quanto si senta giudicata, quanto sia difficile spiegare agli altri ciò che prova.
Per questo l’ascolto non rappresenta un gesto accessorio della cura.
È parte della cura stessa.
Alda Merini, con L’altra verità, sembra ricordarci proprio questo: accanto alla verità clinica esiste quella dell’esperienza, e nessuna delle due dovrebbe pretendere di cancellare l’altra.
Esiste poi un secondo insegnamento che riguarda la libertà.
Chi ha conosciuto l’istituzionalizzazione psichiatrica sa quanto facilmente il corpo e il tempo possano essere regolati dall’esterno; orari, spazi, visite, terapie, permessi, decisioni, tutto può diventare oggetto di una gestione che riduce progressivamente lo spazio della scelta individuale.
Per questo, nella Merini matura, la libertà assume un significato quasi fisico.
La casa disordinata, il telefono, le persone che entrano ed escono, la voce che detta poesie, perfino l’eccentricità del personaggio pubblico possono essere lette anche come la rappresentazione di un bisogno profondo: scegliere ancora chi essere, come apparire, a chi parlare, in che modo abitare il proprio spazio.
Naturalmente sarebbe scorretto trasformare ogni gesto della poetessa in una conseguenza dell’esperienza manicomiale; ciò che possiamo però riconoscere è il valore che la possibilità di scegliere conserva per qualsiasi persona che abbia attraversato una condizione capace di limitarne l’autonomia.
È una lezione importante anche per chi oggi convive con una malattia cronica.
L’autonomia non coincide necessariamente con la possibilità di fare tutto da soli; coincide, molto più profondamente, con la possibilità di partecipare alle decisioni che riguardano la propria vita.
Si può avere bisogno di assistenza, di farmaci, di terapie, di un caregiver e rimanere comunque protagonisti della propria storia.
La dignità non dipende dalla quantità di aiuto che riceviamo.
Dipende dal modo in cui continuiamo a essere riconosciuti come persone capaci di desiderare, scegliere, accettare o rifiutare, costruire relazioni e attribuire significato alla propria esperienza.
Alda Merini ci insegna anche qualcosa sul rapporto con le parole.
Esistono parole che curano e parole che feriscono; esistono diagnosi pronunciate con rispetto e definizioni utilizzate come etichette; esistono termini clinici necessari e parole quotidiane che, nelle mani sbagliate, possono trasformarsi in stigma.
“Folle”, “diversa”, “malata”, “instabile”: ogni termine può descrivere un aspetto e, nello stesso tempo, ridurre la persona che pretende di rappresentare.
La poetessa gioca continuamente con queste parole, talvolta le accetta, talvolta le respinge, talvolta sembra restituirle al mondo con un significato completamente diverso.
È quasi una forma di autodeterminazione linguistica.
Se una parola è stata utilizzata per definirmi, posso ancora decidere che cosa significhi per me.
Questo passaggio è particolarmente importante per chi vive una fragilità invisibile.
Molti pazienti trascorrono anni cercando una diagnosi che dia finalmente un nome a ciò che provano; quando quel nome arriva, può offrire sollievo, perché permette di comprendere che la sofferenza non era immaginaria e che esiste un percorso di cura possibile.
Ma lo stesso nome può diventare una gabbia se tutto ciò che la persona è viene improvvisamente letto attraverso di esso.
Il problema non è avere una diagnosi.
Il problema nasce quando la diagnosi diventa l’unica frase con cui veniamo raccontati.
Alda Merini continua a ricordarci quanto sia importante difendere una parte di sé che rimanga irriducibile alle definizioni.
C’è poi la questione della relazione, forse una delle dimensioni più profonde della sua storia.
La sofferenza psichica può produrre isolamento, incomprensione e paura; può mettere in difficoltà le famiglie, allontanare gli amici, rendere complicati perfino i rapporti più importanti.
Merini conobbe queste fratture, ma non smise mai di cercare l’altro.
La sua poesia rimane attraversata dal desiderio di essere amata, riconosciuta, ascoltata; negli ultimi anni, perfino il gesto di dettare una poesia al telefono contiene qualcosa di profondamente relazionale, perché la parola non rimane chiusa nella pagina, ha bisogno di qualcuno che la riceva.
Forse è questa una delle lezioni più semplici e più importanti che la sua esperienza può offrire ai pazienti: la fragilità tende a isolarci, ma la relazione può restituirci un posto nel mondo.
Non significa che ogni rapporto guarisca o che la vicinanza degli altri sia sempre sufficiente.
Significa riconoscere che nessuna cura dovrebbe dimenticare la dimensione relazionale dell’essere umano.
Una persona può avere bisogno di un farmaco e, nello stesso tempo, di qualcuno che la ascolti.
Può avere bisogno di una terapia e contemporaneamente della possibilità di continuare a essere madre, padre, compagna, amico, collega, artista.
Può avere bisogno di assistenza senza voler essere trattata come se ogni altro ruolo della propria vita fosse improvvisamente scomparso.
Forse, però, l’insegnamento più prezioso di Alda Merini riguarda proprio il diritto di non trasformare la sofferenza in una lezione edificante.
Non tutto ciò che accade deve avere necessariamente uno scopo.
Non ogni ferita ci rende migliori.
Non ogni malattia produce crescita.
Non ogni dolore contiene un dono nascosto.
A volte la sofferenza è semplicemente qualcosa che avremmo preferito non vivere.
Ed è proprio riconoscendo questa verità che possiamo comprendere meglio la grandezza del gesto compiuto da Merini.
Non dobbiamo ammirare il dolore che attraversò.
Dobbiamo riconoscere ciò che riuscì a fare dopo averlo attraversato: trovare parole capaci di restituire un significato personale a ciò che aveva vissuto e offrire quelle parole ad altri esseri umani.
La poesia non cancellò il manicomio.
Non restituì gli anni perduti.
Non ricompose automaticamente le relazioni spezzate.
Ma trasformò un’esperienza che rischiava di restare confinata nel silenzio in una voce che continua ancora oggi a raggiungere chi conosce la fragilità, lo stigma e il bisogno di essere riconosciuto.
È forse questo il motivo per cui Alda Merini può ancora parlare con tanta forza ai pazienti di oggi.
Non perché abbia sconfitto la malattia.
Non perché sia diventata un’eroina della resilienza.
Ma perché ci ricorda che anche quando gli altri hanno raccontato per lungo tempo chi siamo, rimane sempre la possibilità di riprendere la parola e dire, con la nostra voce: questa è la mia storia, ma io sono molto più di ciò che mi è accaduto.
5. L’Eredità umana
Quando Alda Merini morì, il 1° novembre 2009, Milano salutò una delle figure più riconoscibili della propria cultura contemporanea; se ne andava la poetessa dei Navigli, la donna dalla voce roca e dalle risposte imprevedibili, l’autrice che negli ultimi anni era riuscita a portare la poesia fuori dai luoghi nei quali abitualmente rimane confinata, facendola entrare nelle case, nelle televisioni, nei giornali e perfino nelle conversazioni di persone che probabilmente non avevano mai acquistato prima un libro di versi.
Era diventata un personaggio popolare, forse persino più popolare della sua stessa opera, e proprio questa enorme notorietà contribuì a costruire attorno a lei una rappresentazione destinata a sopravviverle: Alda la folle, Alda la geniale, Alda l’eccentrica, Alda la donna che aveva conosciuto il manicomio ed era tornata per raccontarlo.
Ma se c’è qualcosa che il percorso compiuto in queste pagine dovrebbe averci insegnato, è che Alda Merini non può essere contenuta in nessuna di queste definizioni.
Non può esserlo perché la sua storia precede la malattia e continua oltre la malattia; perché la poesia era già presente quando il manicomio non era ancora entrato nella sua vita, e continuò a esserlo quando quell’esperienza divenne memoria, racconto, materia letteraria. Ridurre Merini alla sofferenza psichica significherebbe dunque compiere, ancora una volta, quel gesto contro il quale la sua stessa opera sembra ribellarsi: sostituire alla complessità della persona una parola capace di definirne soltanto una parte.
Forse la sua eredità più importante comincia proprio qui, nella distanza che esiste tra avere una fragilità ed essere identificati con quella fragilità.
È una distanza che la medicina contemporanea conosce sempre meglio, almeno nei suoi principi, ma che la società fatica ancora a rispettare nella vita quotidiana; continuiamo infatti a utilizzare le diagnosi come aggettivi, a trasformare condizioni cliniche in identità, a guardare una persona attraverso ciò che non riesce a fare invece di domandarci ciò che continua a desiderare, a pensare, ad amare e a costruire.
Nel campo della salute mentale questo rischio diventa ancora più evidente, perché la diagnosi può modificare non soltanto il modo in cui gli altri osservano una persona, ma anche il valore che attribuiscono alle sue parole; ciò che dice può essere interpretato come sintomo, ciò che prova come manifestazione della patologia, ciò che desidera come qualcosa da valutare alla luce della sua presunta capacità di giudizio.
Alda Merini conobbe un’epoca nella quale questa asimmetria era ancora più radicale e nella quale l’istituzione psichiatrica poteva diventare un mondo separato dal resto della società; quando molti anni dopo trasformò quella esperienza in scrittura, fece qualcosa che oggi possiamo comprendere in tutta la sua importanza: restituì la prima persona a una storia che per molto tempo era stata raccontata soprattutto in terza persona.
Io.
Una parola piccolissima, eppure decisiva.
Io ho visto.
Io ho sofferto.
Io ricordo.
Io posso raccontare ciò che è accaduto anche dal luogo nel quale voi non eravate.
È forse questa una delle ragioni per cui L’altra verità conserva ancora oggi una forza così particolare: non pretende di sostituire la verità della medicina, ma reclama il diritto dell’esperienza a essere ascoltata accanto ad essa. Non esiste soltanto ciò che il medico osserva dall’esterno; esiste ciò che il paziente vive dall’interno, e una medicina realmente centrata sulla persona nasce proprio dall’incontro tra queste due prospettive.
La sua eredità riguarda però anche un’altra parola, forse ancora più difficile: normalità.
La vita di Alda Merini ci costringe a domandarci quanto spesso utilizziamo questo concetto senza renderci conto della violenza che può contenere; definiamo normale ciò che conosciamo, ciò che comprendiamo, ciò che si comporta secondo le nostre aspettative, mentre tutto ciò che devia da quel modello rischia di diventare diverso, strano, inaffidabile, talvolta persino minaccioso.
Merini abitò per tutta la vita questa frontiera instabile, ma invece di chiedere continuamente il permesso di attraversarla finì quasi per trasformarla nel proprio territorio.
Negli ultimi anni non tentò di apparire più ordinata, più rassicurante o più conforme alle aspettative degli altri; abitò la propria casa come desiderava, parlò con chi voleva, dettò versi al telefono, accolse persone, provocò giornalisti, giocò con la propria immagine pubblica, qualche volta alimentando lei stessa quel personaggio eccentrico che la società aveva costruito attorno a lei.
Non tutto deve necessariamente piacerci e non tutto deve diventare esemplare; proprio questo, forse, è il punto.
Riconoscere la dignità di una persona significa accettare che non debba diventare un modello per meritare rispetto.
È un pensiero particolarmente importante quando parliamo di fragilità, perché siamo spesso portati a celebrare soltanto coloro che riescono a trasformarla in qualcosa di straordinario; raccontiamo l’atleta che ritorna a gareggiare, il paziente che fonda un’associazione, l’artista che crea un capolavoro, la persona che reagisce alla malattia con una forza eccezionale.
Sono storie bellissime, ma possono nascondere involontariamente una domanda pericolosa: e chi non riesce a fare nulla di straordinario?
La risposta dovrebbe essere semplicissima.
Ha esattamente lo stesso valore.
Alda Merini non è importante perché dimostra che dalla malattia possa nascere una grande poetessa; era una grande poetessa prima che la sua sofferenza psichica assumesse la forma che avrebbe segnato tanti anni della sua vita.
La sua storia ci insegna piuttosto che una persona può attraversare periodi nei quali non produce, non crea, non riesce a corrispondere alle aspettative degli altri e rimane, anche in quei momenti, degna dello stesso rispetto.
Il valore di un essere umano non dipende dalla capacità di trasformare il dolore in bellezza.
Non bisogna scrivere La Terra Santa per attribuire un significato alla propria esistenza.
Non bisogna essere Alda Merini.
Si può attraversare la malattia senza ricavarne una lezione, si può essere stanchi, si può avere bisogno degli altri, si possono vivere giorni nei quali il massimo risultato possibile consiste semplicemente nell’arrivare alla sera; nessuna di queste condizioni sottrae qualcosa alla dignità della persona.
Forse proprio per questo dobbiamo stare attenti anche alla parola resilienza, così frequentemente utilizzata nel linguaggio contemporaneo della salute.
La resilienza può essere una straordinaria capacità umana, ma diventa pericolosa quando smette di descrivere una possibilità e comincia a rappresentare un obbligo; quando diciamo continuamente al paziente che deve reagire, trovare una nuova forza, trasformare la sofferenza in opportunità, rischiamo di aggiungere al peso della malattia quello di doverla affrontare nel modo che noi consideriamo giusto.
Alda Merini non ci consegna un simile messaggio.
La sua vita è troppo disordinata, troppo contraddittoria, troppo profondamente umana per poter essere trasformata in un manuale di comportamento.
Ci consegna invece il diritto alla complessità.
Il diritto di essere forti e fragili nello stesso giorno; di desiderare la vicinanza degli altri e contemporaneamente respingerla, di cercare l’amore e averne paura, di attraversare il silenzio e poi sentire un bisogno quasi incontenibile di parlare, di avere bisogno di cure senza per questo consegnare alla medicina l’intera definizione di sé.
Ed è qui che ritorna la poesia.
Non come terapia miracolosa, non come redenzione, non come premio ricevuto in cambio della sofferenza; la poesia torna come possibilità di espressione, come spazio nel quale una persona può dare una forma propria a ciò che le è accaduto e, facendolo, permettere a qualcun altro di riconoscersi.
È questo il punto in cui l’esperienza individuale di Alda Merini smette di appartenere soltanto ad Alda Merini.
Chi legge le sue pagine non deve aver conosciuto un ospedale psichiatrico per comprendere che cosa significhi sentirsi escluso; non deve condividere la sua diagnosi per riconoscere la paura di non essere creduto, non deve aver vissuto la sua storia sentimentale per conoscere il dolore dell’abbandono, non deve essere poeta per sapere quanto sia importante trovare qualcuno disposto ad ascoltare.
La grande letteratura compie spesso proprio questo passaggio: parte da una vita irripetibile e raggiunge qualcosa che appartiene a molte vite.
Forse, allora, l’immagine con cui dovremmo salutare Alda Merini non è quella del manicomio.
E nemmeno quella, diventata ormai quasi iconografica, della poetessa anziana con la sigaretta tra le dita.
Potremmo immaginarla semplicemente nella sua Milano, affacciata alla finestra di una casa dei Navigli, mentre fuori continua a passare la vita: persone che camminano, biciclette, tram, voci, acqua, rumori, amori che cominciano e altri che finiscono.
Dentro quella stanza c’è una donna che ha conosciuto la sofferenza psichica, l’istituzione, la separazione, la solitudine, il desiderio, la maternità, l’amore, la povertà, il riconoscimento e infine la celebrità; nessuna di queste parole, presa da sola, riesce però a dire chi sia.
Forse è proprio questo che Alda Merini continua a ricordarci.
Una persona non coincide mai con la parte più fragile della propria storia.
La fragilità può attraversarla, modificarla, lasciare cicatrici, entrare persino nelle parole con cui sceglierà di raccontarsi; ma dietro quella fragilità continua a esistere qualcuno che chiede di essere guardato nella propria interezza.
Non un caso clinico, non una diagnosi, non un esempio di resilienza, non un mito …ma una persona.
Ed è forse questa, prima ancora della poesia, l’eredità più profondamente umana di Alda Merini.
Giusy Fabio