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ADHD: la storia di Carolina

    Mi chiamo Valentina e sono la mamma di Carolina, una bambina ADHD.

     

     

    Il nostro percorso inizia alla fine della prima elementare, quando Carolina è ancora piccola, curiosa e sensibile. Ricordo l’incipit della sua pagella: “La bambina è presente ad intermittenza.” Quelle parole mi colpiscono. Non sono un giudizio: sono un segnale. Eppure, per tutto l’anno, nessuno mi ha mai detto nulla. Nessun feedback, nessuna preoccupazione, nessun confronto.

    Le maestre attribuiscono tutto alla nascita del fratellino.

    Secondo loro Carolina si distrae perché sta vivendo un

    cambiamento, perché forse non si sente più al centro dell’attenzione.

    Io provo a crederci, ma dentro di me cresce un dubbio che non riesco a ignorare.

    Quelle parole — presente ad intermittenza — aprono una serie di domande. Inizio a cercare risposte, a parlare con altri genitori, a confrontarmi con chi ha vissuto situazioni simili.

    Ma scopro presto che nessuno può davvero indicarti la strada. E io, mamma alla prima esperienza, mi sento persa.

    Il mondo della neurodivergenza è complesso: sigle, termini, percorsi che sembrano labirinti.

    Ogni volta che cerco informazioni, mi sembra di affondare un po’ di più. Non so da dove partire, non so cosa fare. Intanto Carolina continua a mandarmi segnali che solo io vedo. Non gestisce il tempo: cinque minuti diventano un’ora, un compito semplice diventa un ostacolo enorme. Ripete frasi e domande, come se avesse bisogno di conferme continue. Molti indumenti le danno fastidio, e finisce per indossare sempre gli stessi. Le attività più semplici — allacciarsi le scarpe, organizzare lo zaino, iniziare un compito — diventano imprese enormi.

    E poi c’è la paura del giudizio degli altri: una paura che la paralizza prima ancora di provare. “E se sbaglio?” “E se ridono di me?” “E se non sono capace?” Domande che la bloccano, che la fanno rinunciare prima ancora di iniziare. È sempre in movimento, sempre in tensione, sempre con la mente che corre più veloce di lei.

    Io vedo tutto questo ogni giorno. Eppure, quando cerco aiuto, mi scontro con un muro.

    All’ASP di Carini diagnosticano un DSA. Per un momento penso che sia l’inizio di un percorso più chiaro. Ma quando dico che secondo me c’è dell’altro, mi rispondono che sono una mamma chioccia. Che Carolina è viziata. Che il problema è il mio modo di crescerla.

    Chiedo una lettera che riporti i miei dubbi su un possibile ADHD. Mi dicono di no. Nessun supporto, nessuna apertura. Anche i familiari più vicini minimizzano ciò che vedo:  “Esageri.” “È una fase.” “È colpa tua.”

    Parole che pesano e che isolano. Ma io non mi arrendo.

    Ogni difficoltà di Carolina è un segnale. Ogni suo blocco, ogni sua fatica, ogni suo gesto ripetuto mi dice che devo continuare. Così cerco altrove, busso ad altre porte. E dopo mesi di tentativi arrivo all’ASP di Trapani. Lì, finalmente, qualcuno guarda davvero. Ascolta. Osserva. Collega i punti.

    Vede ciò che io vedo da sempre. E la diagnosi arriva.

    Non cambia Carolina, ma cambia il modo in cui il mondo la guarda.

    Non è un’etichetta: è una spiegazione. È la chiave che apre la porta giusta.

    Oggi so che non sono io a sbagliare. So che Carolina non è “viziata”. So che ciò che vedo è reale.

    E so che la mia determinazione è stata la sua forza.

    Adesso guardiamo avanti. Il futuro non è sempre semplice, ma è più chiaro.

    Carolina cresce sapendo che non è sbagliata: è semplicemente se stessa: unica, intensa, speciale.

    Oggi, più di ieri, si parla di neurodivergenza. Se ne parla nelle scuole, nelle famiglie, nei servizi, tra i genitori che cercano risposte come faccio io. E il mio desiderio è che ogni giorno si costruisca una collaborazione vera tra scuola e famiglia. Perché questi bambini affrontano un percorso più complesso, più intenso, spesso pieno di frustrazioni e delusioni e nessuna famiglia dovrebbe affrontarlo da sola. Nessun bambino dovrebbe sentirsi sbagliato. Nessuna madre dovrebbe lottare per anni per far vedere ciò che lei vede ogni giorno. La speranza è che scuola e famiglia diventino alleate.

    Che si ascoltino, che si parlino, che si sostengano. Che insieme costruiscano un ponte fatto di comprensione, strategie e rispetto. Perché Carolina — come tanti altri bambini — non ha bisogno di essere cambiata. Ha bisogno di essere capita, ha bisogno di adulti che la guardino davvero, ha bisogno di un mondo che la accompagni.

    La strada è ancora lunga, ma non è più buia. Ogni passo avanti, ogni diagnosi compresa, ogni insegnante che ascolta, ogni genitore che non si arrende… è un raggio di luce per tutti i bambini come Carolina.

     

    Angela Abbinanti