Come si spiega un dolore che non si vede? Come si racconta una stanchezza che non passa mai?
Ho provato a farlo tante volte e, per anni, non ho trovato le parole. Forse ancora oggi ho difficoltà a descrivere il dolore atroce che divora il mio corpo.
Convivo con la fibromialgia da quando avevo quindici anni; ora ne ho quasi diciannove, ma non è cambiato nulla. Ho soltanto acquisito la consapevolezza che non esiste un farmaco che guarisca: può solo attenuare, per un periodo limitato, i sintomi.
Nel frattempo, però, la vita va avanti. La scuola, le amicizie, le aspettative.
Tutto continua a scorrere, mentre io imparo a gestire ciò che il mio corpo mi impone: la pesantezza delle gambe, la schiena che sembra spezzata in due, le braccia deboli.
Ci sono mattine in cui alzarsi è già una conquista, abbracci che a volte fanno male, momenti in cui mi sento chiusa in una gabbia.
La parte più difficile non è solo il dolore: è cercare di spiegare agli altri come mi sento, raccontare i sintomi che attraversano il mio corpo. È sentirmi dire: “Al momento non esiste un farmaco specifico per la fibromialgia”.
È l’invisibilità di questa malattia, che ti segna profondamente pur senza lasciare segni apparenti.
Eppure, nonostante tutto, in questi anni ho imparato ad ascoltare il mio corpo, a fermarmi quando è necessario, a chiedere aiuto quando ne ho bisogno e a continuare a lottare.
La fibromialgia mi ha tolto tanto, ma in cambio mi ha insegnato la resilienza.
E ogni giorno, anche quando il dolore sembra avere la meglio, cerco di non lasciare che sia lui a definirmi o a stabilire quali siano le mie capacità.
Martina Lasagna Liuzzo