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Fibromialgia e violenza invisibile: quando il dolore non viene creduto

    La fibromialgia è una sindrome cronica complessa, caratterizzata da dolore muscoloscheletrico diffuso, affaticamento persistente, disturbi del sonno, rigidità, alterazioni dell’umore e difficoltà cognitive spesso definite come fibro-fog. Nonostante l’impatto significativo sulla qualità della vita, essa continua a essere una delle condizioni più fraintese e contestate in ambito medico e sociale. Comprendere davvero la fibromialgia significa andare oltre la dimensione puramente clinica e biologica, per considerare il contesto sociale, relazionale e culturale in cui la persona vive, un contesto in cui il tema della violenza assume un ruolo centrale, seppur spesso invisibile e sottovalutato.

    Quando si parla di violenza legata alla fibromialgia, non ci si riferisce soltanto a episodi espliciti o fisici, ma a una costellazione di pratiche quotidiane, normalizzate e silenziose che minano la dignità e l’integrità della persona. La negazione del dolore, la minimizzazione dei sintomi, l’idea che “non si vede nulla” o che “tutti hanno dolore”, il sospetto che la persona stia esagerando o cercando attenzioni sono forme di violenza simbolica che colpiscono profondamente chi ne è destinatario. Questi atteggiamenti possono provenire dall’ambiente familiare, dai partner, dai colleghi, dai datori di lavoro e, in modo particolarmente doloroso, dagli stessi operatori sanitari, che dovrebbero rappresentare una fonte di ascolto e legittimazione.

    Questa violenza dell’incredulità colpisce in modo particolare le malattie invisibili e croniche, e assume una dimensione di genere significativa, poiché la fibromialgia riguarda prevalentemente le donne. In una cultura che storicamente tende a svalutare il dolore femminile e a interpretarlo come emotivo, esagerato o “isterico”, la sofferenza fibromialgica rischia di essere letta come una fragilità personale anziché come una condizione reale e invalidante. Le conseguenze di questa dinamica sono profonde: la persona interiorizza il dubbio, sviluppa senso di colpa e vergogna, mette in discussione la propria percezione corporea e impara a silenziare il dolore per paura di non essere creduta o di essere giudicata come debole, lamentosa o inadeguata.

    Il percorso diagnostico della fibromialgia rappresenta spesso un ulteriore livello di sofferenza. Anni di visite specialistiche, esami strumentali, diagnosi mancate o contraddittorie, risposte vaghe e talvolta svalutanti possono trasformarsi in una vera e propria forma di violenza istituzionale. La mancanza di un riconoscimento tempestivo e di percorsi di cura strutturati espone la persona a un senso di abbandono e solitudine, oltre che a conseguenze concrete come precarietà economica, difficoltà nel mantenere un’occupazione, perdita di autonomia e accesso limitato alle tutele sociali. Questa condizione di instabilità aumenta la vulnerabilità a dinamiche di dipendenza, controllo e ricatto emotivo, soprattutto nei contesti relazionali già fragili.

    In ambito affettivo e familiare, la fibromialgia può diventare terreno fertile per abusi psicologici ed emotivi. La malattia può essere usata per colpevolizzare (“sei sempre stanca”, “rovini tutto”), sminuire (“è solo stress”, “devi reagire”), o manipolare, facendo leva sul senso di inadeguatezza della persona. In alcuni casi, la sofferenza viene vissuta come un peso o una colpa, inducendo chi ne soffre a sopportare relazioni dannose per paura di essere abbandonata, non creduta o ritenuta “troppo difficile da amare”. Il dolore cronico, anziché generare cura e solidarietà, diventa così un ulteriore strumento di isolamento.

    Un aspetto fondamentale, spesso rimosso o trattato con superficialità, è il legame tra fibromialgia e trauma. Numerose ricerche scientifiche e molte testimonianze dirette indicano una maggiore incidenza di esperienze di violenza, abuso, trascuratezza emotiva o stress prolungato nella storia di chi vive con dolore cronico. Questo non significa ridurre la fibromialgia a una causa esclusivamente psicologica, ma riconoscerne la natura profondamente biopsicosociale. Il sistema nervoso, esposto a stress intensi o ripetuti, può sviluppare una sensibilizzazione centrale che amplifica la percezione del dolore, intrecciando memoria emotiva, regolazione neuroendocrina e risposta infiammatoria.

    In questo quadro complesso, il corpo diventa spesso il luogo in cui si inscrivono ferite antiche e recenti. Il dolore persistente può essere letto come una richiesta di ascolto, una forma di linguaggio somatico che segnala un sovraccarico non elaborato, individuale e collettivo. Tuttavia, in una società che fatica a riconoscere la fragilità e privilegia la produttività, questa richiesta viene spesso ignorata o respinta.

    Parlare di fibromialgia e violenza significa quindi ampliare lo sguardo oltre gli abusi evidenti, per includere le micro-violazioni quotidiane che negano credibilità, diritti e dignità alle persone che soffrono. Significa interrogarsi su un sistema sanitario, lavorativo e culturale che ancora fatica a prendersi cura della vulnerabilità senza giudizio, e che spesso delega la responsabilità della sofferenza al singolo individuo.

    È fondamentale promuovere una maggiore consapevolezza culturale, una formazione adeguata e continua dei professionisti sanitari, sociali ed educativi, e la costruzione di reti di supporto accessibili e inclusive. Solo creando spazi di ascolto sicuri, riconoscendo i segnali di violenza e offrendo strumenti di tutela, è possibile permettere alle persone con fibromialgia di uscire dall’isolamento, riappropriarsi della propria voce e ricostruire un senso di sé non definito esclusivamente dal dolore.

    Solo attraverso il riconoscimento, l’ascolto e il rispetto è possibile spezzare il legame tra dolore e abuso, restituendo alla persona non soltanto cure più efficaci, ma anche la possibilità concreta di una vita più giusta, sicura e degna.

    Giusy Fabio