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La solitudine di chi convive con una malattia invisibile

    Nella mia esperienza ai vertici del mondo associativo e istituzionale, in qualità di Consigliere Nazionale Unimpresa con delega alla Sanità, ho avuto un osservatorio privilegiato sul cuore pulsante del nostro sistema produttivo: le persone. Ed è proprio da qui che nasce la mia riflessione, rivolta a chiunque si trovi ogni giorno dietro una scrivania, in una linea di produzione o impegnato in qualsiasi altra attività lavorativa. Esiste una solitudine terribile nel trovarsi sul proprio posto di lavoro, circondati da colleghi e scadenze, mentre dentro di sé ogni fibra del corpo urla per un dolore che gli altri non vedono. È la solitudine di chi convive con una malattia invisibile, quella condizione per cui, agli occhi del mercato, sei considerato “sano” o semplicemente “stanco”, mentre in realtà stai consumando metà delle tue energie vitali solo per sembrare normale e non essere scartato dal sistema.

    Ho dedicato il mio impegno a far sì che il welfare aziendale smettesse di essere considerato un freddo calcolo fiscale o un mero pacchetto di benefit accessori, per diventare finalmente una mano tesa verso chi si sente trasparente. Chi convive con patologie come la fibromialgia, l’endometriosi o la stanchezza cronica abita un paradosso logorante: ammettere il proprio stato significa temere per la propria carriera, ma tacere significa lasciare che il dolore diventi insopportabile. Nel mio ruolo, ho lottato affinché il welfare sanitario fosse prima di tutto un atto di validazione umana. Quando un’azienda offre tutele e cure per patologie che lo Stato ancora fatica a riconoscere pienamente, sta dicendo a quel lavoratore: “Io ti vedo e ti credo”. Questo è il passaggio fondamentale dalla fredda gestione del personale alla cura autentica del capitale umano.

    Tuttavia, l’esperienza mi impone di mantenere uno sguardo critico e onesto. Il welfare non deve mai trasformarsi in una “gabbia di vetro” che incatena il dipendente a un’azienda solo per necessità terapeutica, né deve alimentare una sanità a due velocità che premi solo chi lavora in realtà grandi e strutturate, lasciando indietro i più deboli. Dobbiamo pretendere una privacy assoluta, affinché la vulnerabilità non sia mai percepita come una colpa o una mancanza di efficienza. Lavorare dignitosamente significa poter gestire la propria cronicità senza che questa distrugga l’identità professionale di un individuo. Dobbiamo passare da una cultura della performance estrema a una cultura della presenza sostenibile, dove dietro qualsiasi lavoro si riconosca, prima di tutto, la presenza di una persona con le sue cicatrici nascoste. Il mio impegno continua affinché il welfare sia la luce che illumina chi è rimasto nell’ombra per troppo tempo, restituendo a ogni lavoratore non solo il diritto alla cura, ma il diritto profondo di sentirsi compreso.

    Marco Massarenti (Consigliere Nazionale Unimpresa)