“Ma non è che sei solo un po’ esaurita?”. Se soffri di fibromialgia, questa frase è probabilmente una vecchia ferita che si aggiunge al dolore fisico. È una frase frutto di un equivoco profondo: quello per cui se un dolore non è visibile ai raggi X allora deve essere nato da un momento di debolezza. Come psicoterapeuta, mi capita spesso di sentire il bisogno di invertire del tutto questo ragionamento: non è la depressione che causa la fibromialgia, ma è l’estenuante convivenza con un dolore cronico che, col tempo, consuma le energie emotive e lo spirito.
Un legame che si scrive nel corpo
Per capire perché l’umore crolla dobbiamo guardare alla biologia e non alla voglia di fare. La mente e il corpo non abitano appartamenti diversi. Nella fibromialgia il sistema nervoso si comporta come un allarme antifurto fin troppo sensibile: continua a suonare anche quando non c’è nessun pericolo. E questo continuo suonare, per quanto, inevitabilmente, si finisca per essere assuefatti, consuma in fretta sostanze preziose come la serotonina e la dopamina che sono proprio quei “carburanti” che servono al nostro cervello per garantirci il buonumore e un sonno ristoratore.
Sentirsi giù, dunque, non è una scelta e non è una debolezza ma la fisiologica risposta di un organismo stanco di dover lottare con un avversario che non concede sconti. Il dolore fa paura e la paura genera isolamento, l’isolamento alimenta la tristezza e la tristezza, a sua volta, rende il corpo ancora più sensibile al dolore. È un circolo vizioso che ha bisogno di essere accolto e non giudicato.
Tradurre il dolore per chi ci ama
Una delle fatiche più grandi riguarda la vita di casa. Spiegare al marito o ai figli perché oggi non hai la forza per alzarti dal letto, se ieri sei riuscita ad andare a fare la spesa, può essere frustrante. Ai nostri cari dobbiamo raccontare che la nostra energia è come un accumulatore difettoso e che anche dopo una notte di ricarica al mattino segna solo il 20%.
Per coinvolgere i familiari senza colpevolizzarli può essere utile raccontare che il dolore fibromialgico non è una “ferita” in bella vista ma un “difetto” di “traduzione” del cervello. Chiedere al partner non di trovare una medicina — ruolo che spesso lo fa sentire impotente e quindi distaccato — ma di essere un compagno che ti sostiene nella gestione di tutti i giorni, cambia radicalmente il clima familiare. Accordare piccoli segnali, come un codice o un gesto, per dire “oggi ho finito le energie”, aiuta i figli e il compagno a non prenderla sul personale i momenti di chiusura, trasformando la casa da campo di battaglia a luogo di supporto.
Perché la psicoterapia nel dolore fisico?
Spesso mi capita che i pazienti mi chiedano perché dovrebbero sedersi nel mio studio se il dolore che provano è “fisico”. La risposta è nel potere di regia che ha il nostro cervello. Anche se la psicoterapia non può far scomparire la causa biologica della fibromialgia, è come un tecnico che cerca di abbassare il volume di quella centralina impazzita.
Lavorare sulla propria mente vuol dire imparare a gestire lo stress e l’ansia che forniscono combustibile al fuoco dell’infiammazione. Significa, inoltre, elaborare il “lutto” della propria immagine “sana” e imparare a non identificarsi completamente con la malattia: tu non sei la tua fibromialgia. Riprendere in mano la regia della propria vita emotiva consente di riappropriarsi di spazi di piacere che il dolore non scalfisce, rendendo la scalata della malattia meno solitaria e, sicuramente, più affrontabile. Prendersi cura della propria mente non vuole dire ammettere che “è tutta colpa della mente”, ma dare al proprio corpo le migliori risorse possibili per affrontare la sfida della cronicità.
Dott.ssa Giulia Maffioli – Presidente ANAPP (Associazione Nazionale Psicologi e Psicoterapeuti)